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giovedì 12 marzo 2009

Atomi a quattro ruote

Trittico Atomico - III
L'energia atomica è decisamente un concetto maschile.
Macho.
(Si pensi ad Hulk - non è forse lo sprigionarsi, dopo esposizione radioattiva, della primigenia energia maschile?)
Un esercizio di dominio sulla natura che raggiunge l'interno stesso della sua essenza.
L'incanalare (che sia in grandiosi stabilimenti che producono energia, o in roboanti e strabilianti esplosioni non importa) una energia che non vediamo nè esperiamo al servizio dell'intelletto umano.

Non sorprende che gli anni '50, post bellici, imprigionati nell'ambiguità di un mondo uscito da una tragedia bellica ma entrato in una fastosa crescita economica, siano stati il decennio in cui tutto era reso possibile dall'energia del nucleo.
Grazie ad essa si era vinta una guerra, e ci si aspettavano davvero grandi cose.
In termini psicanalitici non serve nemmeno tirar fuori la pulsione di morte per spiegare tutto il fascino che sortiva l'essere in grado, come umanità, di asservire la potenza stessa che mantiene coesa la materia. Per quanto questo, nonostante l'ingenuità del tempo, provocasse qualche ansia collaterale.

Quando la prima centrale nucleare a finalità civili cominciò a produrre energia elettrica, in Idaho nel 1951, i Sovietici avevano già fatto esplodere la loro prima palla di Plutonio in terra Kazaka, nel 1949. Quest'ultima notizia non fu presa bene dall'opinione pubblica americana che non aveva più l'esclusiva pseudo-divina di cui sopra. Si sa, possedere un arma molto molto pericolosa è più eccitante se si è gli unici a possederla.

Qualche anno dopo, il 4 dicembre 1954 naque, per volere di Eisenhower e dell'ONU, l'Enea. Organizzazione per l'uso pacifico dell'energia atomica, nasce per il grande senso di responsabilità della società umana verso un uso condiviso e corretto delle possibilità messe sul campo dalla scienza.

Con l'altra mano però il presidente soldato faceva costruire il più grande bunker sotterraneo, attrezzato per contenere per mesi tutto il parlamento americano, i giudici della corte suprema e i capi di gabinetto a White Sulphur Springs, in West Virginia. In totale più di 600 persone.
Vabbè fidarsi dell'ENEA, però...

Intanto il nuovo pericolo di una esplosione nucleare veniva allegramente esorcizzato da un cartone animato infantile, in cui la tartaruga Bert lo risolveva allegramente al grido di "Duck and Cover" più o meno l'equivalente di "Giù e Copriti", il che in caso di esplosione nucleare ha più o meno lo stesso valore di declamare qualche verso di Dante a memoria calzando degli occhiali da sole.






Ma non si poteva certo gettare nel panico l'intera società.
Quindi bene propinargli la fregnaccia della tartarughina che si abbassa e si copre la testa, d'altronde mica tutti si possono costruire un bunker tra le montagne.

L'ambivalenza del nucleare però non si può sintetizzare dimenticando un progetto della Ford.


La FORD NUCLEON.
L'applicazione del Fordismo all'energia nucleare. Ovvero un'automobile alla portata di tutti, con un reattore nucleare incorporato. Autonomia di circa 8000 Km (ma aumentabile utilizzando un po' più di Uranio). Insomma coast to coast senza dover mai fare il pieno di benzina, il sogno di ogni americano.


Peccato che non l'abbiano mai messa in produzione!

Ed in caso di tamponamento a catena, direte voi?
Che domande...
Duck and Cover!

domenica 28 dicembre 2008

Almanacco 2008 - Politica

istruzioni: Una foto al mese, per ricordare un anno che politicamente sarebbe meglio dimenticare. Cliccando su ogni foto c'è anche, collegato, un articolo che si riferisce al mese in questione.


Gennaio

Mastella si dimette dopo che una serie di provvedimenti cautelari si abbattono sulla moglie e sui collaboratori di partito. Appoggio esterno, dice... Non durerà, la settimana dopo il governo cadrà al Senato.
L'annus Horribils per la sinistra in Italia inizia così.

Febbraio

A metà mese si riuniscono in assemblea i 2806 delegati del Partito Democratico. Si tratta della "costituente", Veltroni, candidato in pectore espone i 12 punti della sua campagna elettorale per cambiare l'Italia. Presentazione autonoma. Il PD prova a fare da un partito un'intera coalizione. Fallirà.

Marzo

Il caso Alitalia alimenta divisioni politiche rilevanti, in piena campagna elettorale il governo Prodi spinge per l'accordo con AirFrance, Spinetta è in Italia a cercare una convergenza con i sindacati che però non arriva. Berlusconi dice che in pista potrebbe scendere una cordata Italiana con anche i suoi figli. Storia avvincente, finale ancora incerto.



Aprile
Il 13 ed il 14 le elezioni politiche danno una stragrande vittoria al PdL, con una crescita netta della Lega. La Destra vince e convince, nelle sue incarnazioni liberiste, nazionaliste, reazionarie e xenofobe. Il PD non è nemmeno in competizione, Di Pietro ottiene un buon risultato, La Sinistra propriamente detta scompare dal Parlamento, è la prima volta in cinquant'anni.
Berlusconi torna a palazzo Chigi, sono passati 14 anni dalla sua prima volta.


Maggio

Arriva il "pacchetto sicurezza", poteri straordinari ai sindaci, soldati a spasso nelle città, una stretta dura sugli immigrati. L'aria di destra si fa irrespirabile, ma i sindaci del PD sembrano a proprio agio nel "mondo nuovo" che la destra ha creato.
L'ansia securitaria continua a macchiare la politica italiana.



Giugno

L'ultima volta in Italia di Bush, almeno da Presidente. Intanto il governo annuncia le sue priorità, ripulire Napoli, mettere a posto Alitalia e riformare la magistratura, quest'ultima è un classico che non passa mai di moda...


Luglio

Mese di congressi per la sinistra morente italiana, non rappresentata in parlamento, sola in una società che non riesce più a capire, indecisa se il problema sia nei simboli, nei linguaggi o nella vera sostanza del suo messaggio appare incapace di farsi interprete della società.
Quattro congressi che sono un altro passaggio stretto per la sinistra in agonia.

Agosto

Brunetta prosegue la sua crociata contro la pubblica amministrazione e i pubblici dipendenti, definiti inefficienti e fannulloni. Imbevuto del mandato popolare a colpi di decreto passa sopra le perplessità dei sindacati e difende, a spada più che tratta, la sua missione. I dipendenti pubblici sostanzialmente non riescono ad articolare una risposta decente.


Settembre

Il 10 del mese la Lehman Brothers annuncia il fallimento. Inizia la crisi economica, che in realtà è scoppiata da più di un anno, dal collasso dei mutui subprime dell'estate 2007, ma il sistema ha fatto finta di niente per più di 12 mesi, ed adesso comincia a chiedere il conto.
Ed è solo l'inizio.


Ottobre

Esplode la crisi della borsa.
Letteralmente. Le borse scendono per tutto il mese, mentre il fantasma della crisi finanziaria comincia a farsi reale. Profeti in ritardo escono a dirci che il sistema si riprenderà, ma che sarà dura e difficile. I banchieri chiedono aiuti di stato per salvarsi la pellaccia, qualcuno, anche da destra, prende a criticare la deregolamentazione del mercato...
Benvenuti nell'inferno del Capitale. Girone degli Opportunisti.


Novembre

Elezioni Americane. Alla fine vince Obama. In Italia, dove la destra domina il panorama culturale e politico, si gioisce smodatamente dalle parti del Piddì e non solo. Più o meno come tifare Real Madrid dopo che la propria squadra è uscita dalla coppa.


Dicembre

Il PD ri-perde le elezioni, questa volta in Abruzzo, la sinistra è una sommatoria di brandelli, gli scandali giudiziari cominciano ad abbattersi sul partito di Veltroni.
Oltre agli arresti eccellenti dell'Abruzzo anche in Campania il tintinnio delle manette preoccupa e non poco i Democratici. Dopo timidi accenni sulla questione morale il neo-partito riformista si riorganizza e prende una posizione chiara. Bisogna riformare la giustizia.
Nessuno nota un pizzico di incoerenza.

L'annus Horribilis si chiude, indegnamente come si era aperto.

domenica 2 novembre 2008

Storie di Regicidi Mancati

Qualche tempo fa girando nella città di M. mi sono chiesto chi fosse l'Oberdan della piccola via centrale omonima, fonte di particolare attenzione perchè coinvolta nei cambiamenti dei sensi unici. A volte la toponomastica suscita curiosità, credo che in effetti sia lo scopo stesso del toponimo viario, quello di serbare traccia, per quanto piccola, della persona il cui nome sta vergato a lettere nere su sfondo bianco.

Guglielmo Oberdan.
Un Austro - Veneto - Sloveno irredentista e patriota, così dice wikipedia... Tralasciando i dolori addominali che l'uso della parola "patriota" mi provoca istantaneamente, ho comunque deciso di approfondire la figura dell'Oberdan... Anche perchè a Trieste gli è stata intitolata oltre alla piazza sede della regione FVG, anche una scuola, e gli è stato dedicato un monumento nel museo del Risorgimento... Deve essere stato uno importante, questo Oberdan.
La farò breve, comunque.
L'Oberdan passa la sua gioventù a Trieste, figlio di una ragazza madre Slovena, abbandonata da un ufficiale austro - veneto, mantiene il cognome di lei, Oberdank, che poi italianizzerà una volta maturate le idee filo-italiane.
Diserta dall'esercito Austriaco all'età di 19 anni e si trasferisce al di là del confine, in Italia.

La sua grossa opera al servizio dei movimenti irridentisti è l'aver organizzato un attentato contro l'Imperatore Francesco Giuseppe d'Austria, nel settembre del 1882. Attentato miseramente fallito, che però costa la vita a due giovani, di cui un sedicenne, tra gli inermi spettatori triestini. Per i fatti viene arrestato a Ronchi, condannato per regicidio e impiccato a Trieste il 20 Dicembre di quello stesso anno, si dice concluda la sua vita urlando "Viva l'Italia, Viva Trieste Libera".

Mettiamo via le notazioni morali sul considerare grande patriota un semplice attentatore anche incapace di portare a termine il suo compito... E dire che in quegli anni i regicidi non erano certo pochi, sia l'imperatrice Sissi sia il Re d'Italia Umberto I, che il presidente di Francia Carnot caddero vittima di regicidio da parte di tre anarchici Italiani, Lucheni, Bresci e Caserio (a cui non credo siano state titolate tutte 'ste vie, tranne su cartelli cartacei messi nottetempo da anonimi attorno al 29 luglio). Poi abbiamo già ricordato anche in questo blog la lunga tradizione di regicidi della terra Serba... Insomma diciamo che erano anni in cui l'attentato al capo di stato non era poi così occasionale...

C'è però una cosa importante da notare del 1882, che forse non viene in mente immediatamente. Nel Settembre del 1882 l'Italia e l'Austria erano Alleate. ALLEATE.
Nella triplice alleanza, e lo sarebbero state ancora per diversi anni. Insomma: una via dedicata ad un attentatore che in tempo di pace tentò di uccidere il sovrano di una nazione alleata, fallendo. Non c'è che dire...


Una canzone popolare, il cosiddetto "Inno a Oberdan" celebra l'attentatore con alcuni versi:


 Morte a Franz, viva Oberdan!
Morte a Franz, viva Oberdan!

Le bome, le bombe all'Orsini,
il pugnale, il pugnale alla mano;
a morte l'austriaco sovrano,
noi vogliamo la libertà.

Morte a Franz, viva Oberdan!
Morte a Franz, viva Oberdan!

Vogliamo formare una lapide
di pietra garibaldina;
a morte l'austriaca gallina,
noi vogliamo la libertà.

Morte a Franz, viva Oberdan!
Morte a Franz, viva Oberdan!

Vogliamo spezzar sotto i piedi
l'austriaca odiata catena;
a morte gli Asburgo Lorena,
noi vogliamo la libertà.

Morte a Franz, viva Oberdan!
Morte a Franz, viva Oberdan!
Morte a Franz, viva Oberdan!



Nella canzone si parla delle bombe fatte alla maniera di Orsini, ovvero degli apparecchi esplosivi artigianali ricolmi di chiodi e frammenti di metallo, grandi classici degli attentati insurrezionalisti dell'800.
Ma questo Felice Orsini? Altro grande componente di quella sfilza di Italiani che giravano per l'europa assassinando gente importante nel corso del secolo decimonono. Orsini tentò di uccidere nel 1858 Napoleone III, poichè lo accusava di aver impedito la realizzazione dei Moti del '48. Fallì, venne incarcerato e ghigliottinato ma divenne famosissimo ed apprezzato in Patria...
L'anno dopo Napoleone III aiutò l'Italia nella guerra Austro-Franco-Piemontese del 1859. Adesso al signor Orsini, quasi-regicida e patriota, sono dedicate vie e piazze in mezz'Italia.

Insomma, anche i regicidi non sono tutti uguali.

lunedì 6 ottobre 2008

Ottobre

Cosa vi fa venire in mente Ottobre?
Inizia l'autunno, le foglie rapidamente ingialliscono, i metalmeccanici scioperano, gli studenti manifestano ed amoreggiano durante le occupazioni, i Russi fanno le rivoluzioni e le borse americane crollano.

Il peggior crollo della borsa della storia, infatti, è del 29 Ottobre del 1929.

Il peggiore FINORA.
Siamo appena al 6, il record è battibilissimo.

mercoledì 13 agosto 2008

Tre Considerazioni Poco Olimpiche

Considerazioni inattuali su questioni di attualità, fatte nottetempo e subito prima di lasciare lo stato... Causa breve vacanza tra le acque Croate.


Prima: Sulle Grandiose Olimpiadi Cinesi
La Repubblica Popolare Cinese ha inaugurato la sua gigantesca, grottesca, spettacolare kermesse. Il popolo cinese è davanti agli schermi di tutto il mondo, i grandi capi di stato sono presenti e la celebrazione sportiva diviene politica e politicizzata, come mai prima d'ora, nemmeno nelle storiche edizioni del boicottaggio (1980 e 1984).
Si tratta della serata di gala in cui il nuovo impero cinese, del neo-nato confucianesimo, del capitalismo orientale, dello sviluppo a due cifre, entra nei salotti buoni dell'occidente, e anche nei salotti privati degli occidentali.
I critici di questa esposizione mediatica? I tanti che sostengono che sarebbe stato un bene che gli atleti europei non partecipassero?
Non è forse un gioco perverso quello di attribuire al CIO o al CONI (per quanto riguarda l'Italia) un ruolo che spetterebbe all'ONU o al WTO, o almeno alla Farnesina?
Non si è solo dimostrato la ciarliera inutilità di un certo modo di concepire la politica estera?
Jimmy Carter non viene certo ricordato per l'acuta scelta di politica estera avuta decidendo di boicottare le olimpiadi di Mosca.

Alla diplomazia internazionale conviene intrattenere rapporti interessati ma amicali con la potenza asiatica per eccellenza, e questo fatto, questo principio realista, non verrà messo in discussione certo da una parata per una inaugurazione sportiva.
Inoltre c'è una cosa che non va dimenticata... Mai come in questi mesi i riflettori si sono posati sui contestatori interni ed esterni al regime del PCC. Il sistema politico cinese è stato passato ai raggi X sui principali quotidiani occidentali, con un volume di servizi, reportage e tribune stampa sui problemi delle varie etnie nazionali (primissima quella Tibetana, oggetto di un'altra considerazione) e lo spazio dato alla critica politica è stato vasto e sistematico. Un'intera porzione di pubblico ha avuto accesso ad informazioni e lo spazio di dibattito "critico" ha per diversi mesi surclassato quello di agiografia del paese ospitante.


Insomma una specie di "effetto G8", per ricalcare la centralità mediatica che, negli anni delle mobilitazioni no-global, le manifestazioni di massa riuscivano ad ottenere anche rispetto al reale incontro politico in corso, gli abusi sono stati più visibili, e gli argomenti sono arrivati ad una platea più larga di quelli solitamente interessati al tema... Paradossalmente, per l'intero movimento per i diritti civili e per molte ONG, queste olimpiadi sono state una vetrina, di riflesso magari, ma un'efficace vetrina,



Seconda: Sull'artista un tempo chiamato Lhamo Dondrub
Lhamo è quello che molti definirebbero un ragazzo dalla vita difficile. Dichiarato adulto alla tenera età di 16 anni, è dovuto diventare rapidamente responsabile, occupandosi di problemi inizialmente più grandi di lui. Poco più che maggiorenne divenne profugo, dovette abbandonare le sue splendide montagne e darsi alla proverbiale macchia. Con il tempo ha sfruttato alcune occasioni per apparire sulla stampa ed è diventato ospite di moltissimi talk-show.

Non so se ho detto prima che Lhamo è la XIV reincarnazione del bodhisattva della compassione...
Anche oggi il Dalai Lama si è ritagliato il suo "spazio dal palco" per criticare (giustamente) la repressione subita dal suo popolo. Il Dalai è a capo del governo in esilio del Tibet da quando aveva 15 anni, cioè dal 1950, cioè da 58 anni... Non proprio pochissimo, no?
Il Tibet, perchè no, un giorno potrebbe avere una autonomia decente dall'Impero Cinese, e la sua cultura plurisecolare sopravviverà, lo spero alla sinizzazione arrembante degli ultimi decenni.
Quel giorno, quando a Lhasa si insedierà un governo autonomo Tibetano, l'occidente si accorgerà che il Tibet è una teocrazia.
Il Maestro-Oceano, ovviamente, è un uomo di spettacolo, ammiccante, scaltro, mediatico, dispensa quella saggezza "in pillole" unita alla freschezza ed alla grande leggiadria politica di uno che, dopotutto, non ha molto da perdere. In questo ha decisamente superato il precedente Pontefice (quello "santo subito") , anche egli molto a suo agio in ambito mediatico.
Nella classifica del Time degli uomini più potenti ed importanti del 2008 il Dalai Lama sfonda tra i leader religiosi escludendo il pontefice cattolico attuale.
Eppure... Ci sono alcune cose che è raro che vengano dette...

Il Buddismo Tibetano, incarnato dal Dalai Lama, ha tenuto il Tibet nell'inverno del MedioEvo fino al 1950. Strano a pensarci, perchè viene venduto come una religione solidale, solare, non vincolante, quasi hippie... Insomma la Shangri-La del mito Hiltoniano.
Non è così però. Il Tibet, per secoli "protettorato cinese", privo di una politica estera autonoma, ma internamente dotato di un proprio sistema di governo (anche se spesso pesantemente influenzato dalla presenza di funzionari imperiali nel suo territorio) conservava tradizioni medievali ed una società rigidamente classista, in cui la nobiltà ed il clero avevano il dominio ed il controllo sulla popolazione produttiva, sottoposta a decime ed in uno stato di servitù "de facto".

Una piccola ammissione sfugge anche ai tibetani su questo, quando in un sito internet in cui il Maestro Oceano è palesemente chiamato "sua santità", si scrive
"Nell'esilio, il Governo tibetano è stato riorganizzato secondo moderni principi democratici"

Basta un po' di analisi del periodo.
Prima dell'esilio, guarda un po', nessuno aveva tanto badato ai moderni principi democratici... Basti pensare che la proposta di costituzione per il Tibet data 1963, quattro anni dopo la fuga in India... A volte le esperienze negative cambiano in meglio. O forse le condizioni storiche modificano le opinioni sulle virtù e le negatività della vita democratica? Insomma... Anche nel ridente mondo dei buddisti la costituzione si concede sempre perchè altrimenti le cose andrebbero ancora peggio... Dopo l'esilio il Dalai aveva bisogno di coinvolgere i tanti esuli in un progetto comune che passava attraverso una promessa di libertà che non fosse necessariamente ed unicamente connessa alla religione. Ecco spuntare la costituzione e addirittura le prime "elezioni" di un governo Tibetano.
Quando queste prime elezioni?
Nel 1990. Dopo che il Dalai era il esilio da 31 anni.
La Democratizzazione, anche in esilio, vuole i suoi tempi.

P.S: Si noti che questi cambiamenti "pro-occidentali" sono segno anch'essi della destrutturazione della cultura Tibetana ancestrale. La modernizzazione introdotta dalla Cina negli ultimi anni, i mezzi di comunicazione, l'enorme ferrovia, stanno ottenendo rapidi risultati, accelerando la sinizzazione da un lato e dall'altro trasformando la cultura tibetana in un immensa attrazione turistica. D'altro lato anche in occidente è in atto una colonizzazione culturale del buddismo tibetano, sempre più "televisivo" e consumista, il cui aspetto meditativo rapidamente diviene solo un orpello pubblicitario.


Terza: Sulle bombe olimpiche di Vlad
Il Maestro Oceano di cui sopra si lamentava della violazione della "pax olimpica" da parte dei Cinesi, mentre in questi giorni abbiamo prova che ormai la tradizione richiamata appartiene solo alla fantasia.
I Georgiani decidono di massacrare civili con il benestare stellestrisce in una provincia ribelle ed i Russi muovono arei e carri armati con rapidità ed efficienza viste poco nell'ultimo ventennio, almeno da quelle parti.
Prove generali di guerra fredda in corso?
Probabilmente.
La tregua sembra fragile, ma la crisi è progressivamente diminuita di volume ed oggi è ridotta ad un banale (ed un po' "vintage") scambio di accuse tra USA e Russia.

Lo zio Sam, comunque, ha accusato un bruttissimo colpo.
Ha sostanzialmente abbandonato il neo-alleato Georgiano, rimanendo inebetito dinanzi alle mosse dell'ex armata Rossa, e solo oggi il presidente Bush è riuscito a dichiarare qualcosa di minimamente critico nei confronti di Mosca, ad annunciare la visita a Tblisi del segretario di Stato e a comunicare di aver dato istruzioni al segretario della Difesa, Robert Gates, di impiegare militari in Georgia per fornire assistenza militare. Ed ecco che ritorna la guerra fredda.
(Era scomparsa assieme alla Democrazia Cristiana...Chissà che non sia l'annuncio di un doppio ritorno... )
Un po' meglio l'Unione Europea, con quella volpe di Sarkò pronto a mettersi in prima fila per la foto di gruppo e quell'italiano di Frattini che non si presenta perchè è in vacanza alle Maldive (le ferie di un ministro degli esteri non si fermano certo per una crisi internazionale).
Nei prossimi giorni il braccio di ferro potrebbe proseguire, o fermarsi rapidamente, tuttavia Putin ha stabilito, mentre era piacevolmente ad assistere alle olimpiadi, un paletto chiaro rispetto alle velleità americane di allargamento della propria sfera di influenza.

Dunque la Guerra per l'energia è cominciata? Difficile dirlo, ma se non altro è iniziato il casting per trovare i protagonisti. Ed il buon Vlad si sta già cucendo addosso un ruolo di primo piano.







domenica 29 giugno 2008

Il cruento ballo di san Vito

Nel campo dei merli l'imponente esercito del sultano Murad stava trionfando. La battaglia era quasi conclusa, l'esercito di Re Lazar era in rotta, lui morto o prigioniero, ed ovunque i cadaveri dei nobili cavalieri cristiani erano testimoni immobili della vittoria degli Osmani. Murad camminava tra i corpi morenti e moribondi, tra coloro che mormoravano le ultime parole prima che il sangue ribollisse nei loro corpi feriti e disidratati per il torrido caldo di fine giugno. I pochi superstiti si arrendevano alla magnanimità del sovrano.
La vittoria dovette sembrargli, in quegli istanti, totale.

Fino a che la corta lama estratta da un nobile Serbo, non pose fine alla gloriosa vita del Sultano Murad I.



Quel nobile serbo, non si sa di preciso se si fosse finto morto tra i cadaveri o traditore tra gli sconfitti, è per eccellenza l'eroe della mitologia medievale serba.
Miloš Obilić era un serbo, anzi, oggi si direbbe un montenegrino, giusto per comprendere la particolare difficoltà nel definire chiaramente i concetti nazionali balcanici; Milos è il leggendario cavaliere che uccise il sultano con l'inganno per essere dopo "fatto a pezzi" dai nemici Turchi, l'uomo che è l'altra faccia dell'eroismo medievale Serbo: da un lato il santo Re Lazar, catturato ed ucciso dopo aver consumato le proprie forze nello scontro con un superiore nemico, dall'altro Milos, l'eroe mitologico, figlio di una fata e di un mezzodemone, dotato di una straordinaria cavalcatura, di forza, coraggio ed ingegno, e legato al sovrano da un assoluto vincolo di fedeltà e di parentela.

Il 28 giugno del 1389 il regno di Serbia finiva la sua esistenza politicamente autonoma, ma quella sconfitta conclusa da un attentato riuscito rimane tuttora il riferimento culturale per eccellenza della nazione serba (e della chiesa Serbo-Ortodossa).

Il 28 giugno del 1914, più di mezzo millennio dopo, l'ultimo imperatore sedeva sul trono di Vienna e l'ultimo sultano ad Istambul.
"Chi ucciderà Franz Ferdinand sarà il nuovo Miloš Obilić"
Questa la frase che la Mano Nera e la Giovane Bosnia facevano circolare in tutta Belgrado. La nazione Serba che voleva portare sotto la sua sovranità la Bosnia e Sarajevo non poteva che considerare quella dell'Imperatore d'Austria una nuova invasione dei Balcani, intollerabile come la precedente.

Quel giorno, sotto il bel sole di Sarajevo, almeno sei congiurati si muovevano lungo il tratto di strada percorso dall'arciduca Francesco Ferdinando. Uno di loro, lanciando una granata fallì l'attentato, e solo per una serie di casualità Gavrilo Princip, un ragazzotto per nulla aitante, con profonde occhiaie, diciannove anni ed una pistola browning in tasca si trovò dinanzi l'auto del principe che inseriva la retromarcia. Grattando.
Due colpi. Uccisero la Bella Epoque.

Per capire la Serbia di oggi, bisogna ricordare che a Sarajevo, fino ad un decennio fa, era in piedi un monumento a Princip, dove spesso Bernardo Valli racconta vi fossero delle rose fresche nei giorni attorno al 28 di Giugno.
Nel 1989, a VI secoli di distanza dalla battaglia contro i turchi un ancora aitante Milosevic pronunciò in Kosovo Polije un famoso discorso sul ruolo della Serbia come salvatrice dell'Europa.

Oggi?
Nel Vidovdan, il giorno di san Vito, cioè il solito 28 Giugno, cioè ieri, i Serbi Kosovari hanno insediato a Mitrovica, città per eccellenza divisa tra etnia Serba e Albanese, il proprio Parlamento. 53 Membri, di un organismo che vuole essere la rappresentanza della repubblica Serba nella Regione autonoma del Kosovo.
E l'indipendenza della Maggioranza Albanese-Musulmana del Kosovo?
E le decisioni dell'ONU?
Ancora una volta i campi del Kosovo tornano al centro della pace in Europa. E con essi la questione irrisolta del rapporto tra la nazione Serba (cristiano ortodossa) e la penisola balcanica.
Se è vero infatti che questo organismo appare come illegittimo (almeno secondo i 47 Paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo) è vero che non si può che considerarlo il segno di una irrequietezza profonda, radicata, diffusa nel mondo Serbo, che merita di non essere archiviata solo con poche battute.

Una cosa è certa, nella violenta storia dei Balcani, sempre più legata a questioni etniche lontane nel tempo, sempre più scadenzata da paci fragili e militarizzate, ci sono ancora giorni di San Vito che possono fare la differenza tra la pace e la guerra.
Le pedine sono già posizionate, serve solo un nuovo atto incendiario.
Ignorare la polveriera o pensare che sia disinnescata con una semplice proclamazione di indipendenza non eviterà all'Europa e ai Balcani una nuova stagione di conflitti.


San Vito.
Il patrono dei Ballerini,
degli Epilettici
e anche dei Sordi.




giovedì 29 maggio 2008

Con lo Zolfo e col Fuoco

"Siccome il grido che sale da Sodoma e Gomorra è grande e siccome il loro peccato è molto grave, Io scenderò e vedrò se hanno veramente agito secondo il grido che è giunto fino a me; e, se così non è, lo saprò"

Gomorra è un film gelido.

Pulito come raramente sanno essere i film italici.

Non c'è solo il libro, dentro, ed è una fortuna, le pedisseque derivazioni infatti spesso producono accidia.

Si intrecciano narrazioni, in un processo lento, senza gli estetismi d'azione dei modelli americani, e senza nemmeno le introspezioni annose care a un certo manierismo europeo.

Parlare bene di un film che ha vinto il premio della giuria è facile ed al contempo noioso.

Eppure il compito difficile di Gomorra era duplice: ritrarre in un film la deviante violenza del crimine organizzato, sfiorando l'essenza della struttura del sistema e nel contempo non produrre cicli “antieroici”.


Andare a vedere Gomorra è come subire una lacerante visione documentaristica, attraverso una Scampia tremendamente reale, popolata di una folla quasi neorealista, che è un epicentro narrativo oltre che scenografico.


Nel film, come nel quartiere, non troviamo salvezza o speranza, ed ogni traccia di umanità è solo riflesso di fragilità interiori irrisolte, mai fonte di redenzione, nemmeno personale.

Non ci sono Dei, a Gomorra.


Un mondo separato da quello della (nostra) quotidianità, nel quale i ritmi, i legami, i luoghi, sono dominati da uno degli ingredienti della tragedia Aristotelica. La Paura.

Paura declinata nell'addestramento dei “soldati” di Gomorra, che già bambini si sottopongono al giudizio delle armi, che vivono sospesi, che alla paura reagiscono contabilizzando i futuri cadaveri da accumulare nelle file avverse.

C'è la sfacciata tracotanza degli emuli di Tony Montana, predestinati sin dall'inizio a quella che uno dei due dichiara sarà una morte precoce.

Nella guerra di Gomorra c'è anche la paura dei i “civili”, i non armati, quelli inadatti a respirare davanti alla canna di una pistola. Delle donne che vivono nell'ombra del sistema, dei piccoli ragionieri, dei bambini cresciuti troppo in fretta.


L'altro presidio alchemico della poetica Aristotelica, la Compassione, invece non trova spazio nella città condannata. Né tra i protagonisti né per essi.


Ci rendiamo conto infine di non assistere ad una tragedia messa in scena, ma all'ordinarietà di quel sistema, quel luogo alieno eppure consciamente reale, che vogliamo chiamare Gomorra.


domenica 25 maggio 2008

Un Santo

Pare che il problema della città cui appartengo (chissà perchè poi dovrei dirla mia, se non declinando un possesso che è al massimo senso di appartenenza) siano gli immigrati. Un po' sarà il cromatismo cutaneo, un po' gli assembramenti all'aperto, un po' la tendenza ad una lieve chiassosità, un po' l'odore della base dei loro poderosi soffritti... Ed un po' la lingua.

Ovviamente l'oggettivo "Non capirsi" non è il solo problema.

Siamo su un territorio più raffinato della comprensione, anche se questa è necessaria, tuttavia non è sufficiente. La richiesta, pur non esplicita, è di una integrazione che sia omologazione. E dunque il punto non è che non parlino bene l'italiano (o quella graziosa parlata di ceppo veneto che caratterizza queste rive) ma piuttosto che, tra di loro, continuino a usare la propria lingua d'origine, che cioè la loro "appartenenza" sia dichiaratamente non omologa.

Tutte le società si fondano su fattori unitari, più o meno importanti, ma sempre “permeanti” la concezione di società. La lingua e il concetto di nazione non sono sempre stati una necessaria omologazione, tuttavia il tramonto degli stati multinazionali ci ha lasciato orfani della visione di Stefano I di Ungheria (primo re e anche Santo cattolico)

“Lascia agli stranieri la propria lingua e la propria cultura...”

Il filosofo americano Walzer distingue due forme di esercizio di tolleranza all'interno degli stati, all'apparenza mutualmente esclusive: l'assimilazione del singolo ed il riconoscimento dell'importanza dei gruppi; il nostro tempo ha dimostrato che nessuna delle due è una dorata soluzione.

Le politiche di assimilazione culturale attuate per decenni in Francia stanno naufragando davanti alla sempre più radicale richiesta di “gruppi” di un riconoscimento in quanto ente collettivo. Walzer lo scrive nel 2000, oggi, qualche anno più tardi, le “Banlieu” sono un tragico esempio dell'insufficienza di quell'impostazione, evidentemente qualcuno sapeva leggerne le difficoltà già con qualche mesetto di anticipo.

Nemmeno il semplice stabilire una divisione in gruppi, con frammentazione sociale estrema, può tuttavia essere una risposta, soprattutto dinanzi allo squilibrio sociale che vede gli immigrati appiattiti nelle classi meno agiate della società. Fintanto che la struttura del benessere economico “regge”, difatti, le tensioni sociali tra gruppi vengono calmierate da un benessere diffuso, salvo esplodere nelle fasi di depressione, anche in forma di vere e proprie “lotte tra poveri”.

Proprio in questa fase riemerge (non ditemi che non vi sovviene nessun esempio in mente) un tradizionalismo di stampo neo-nazionalista. La vittoria di S. in Italia è soprattutto la vittoria di una logica sì liberale (ma il liberalismo non ha bisogno di essere né tollerante né plurinazionale) ma con tentazioni proto-mercantiliste, con ricadute nelle grandi e piccole patrie, leghismi non più residuali che divengono ottiche politiche spesso dominanti, destrutturazione della storia dell'immediato dopoguerra come scelta programmatica, destituzione del concetto di interculturalità, fino all'aberrante denuncia di ogni relativismo.

Il tradizionalismo etico si sposa quindi al liberismo.

Il nuovo pensiero forte, identitario, massificato.

Lo straniero diviene oggetto di utilità economica e di repulsa etica, la sua omologazione è declinata “al ribasso”, la collocazione culturalmente asimmetrica è palese, l'accoglienza diviene “sopportazione”. Un vortice con quale finale?


“...nam unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragile”


(...difatti è debole e caduco il regno che abbia una sola lingua ed univoci costumi)

Quasi quasi mi tocca sperare che avesse ragione un Santo.