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giovedì 8 aprile 2010

mercoledì 11 febbraio 2009

Previsioni VII

La guerra Promessa

"Tutti quanti si accorgono delle difficoltà di relazione tra Arabi ed Ebrei. Ma non tutti si rendono conto che non c'è soluzione per questo problema. Nessuna soluzione! C'è una distanza e nulla per colmarla... Noi, come una Nazione, vogliamo che questo Paese sia il Nostro; gli Arabi, come una Nazione, vogliono che questo Paese sia il Loro"
[DAVID BEN-GURION June 1919]


Elezioni democratiche in Israele per il 18° Knesset.
Israele ha un sistema elettorale su cui non si possono avere molti dubbi polemici.
Proporzionale con sbarramento al 2% e liste bloccate. Le liste sono decise dai singoli partiti, alcuni attraverso le primarie, altri con meccanismi di democrazia interna, altri (i partiti religiosi) per designazione fatta direttamente dai leader spirituali.
Quel paese, fondato da Ben Gurion poco più di sessanta anni fa, vede adesso il partito Labourista scendere al 4° posto come livello dei consensi, con una vittoria che non è semplicemente una vittoria del conservatorismo, ma anche dell'integralismo religioso, della retorica bellicista, della xenofobia, non si abbia paura di dirlo, che serpeggia nella destra israeliana.

12 formazioni politiche hanno superato lo sbarramento ed eleggono quindi almeno 3 dei 120 deputati del Knesset (non è un numero molto piccolo, Israele ha solo un ottavo degli abitanti dell'Italia):
  • Kadima 23% - Partito centrista creato da Sharon, al potere ininterrottamente da anni con una linea ambigua che associa il ritiro unilaterale (gesto di nascita di Kadima) e una posizione dialogante teorica al rifiuto di una interlocuzione su livelli di pari dignità. Si è avvantaggiata della linea dura sulla questione di Gaza (operazione piombo fuso).

  • Likud 21% - Partito classico della destra israeliana, dopo il fallimento del 2006 è oggi la seconda forza del Knesset.
  • Yisrael Beiteinu 12% - Sarebbe nato come partito per gli "immigrati russi", anche questo nato da una scissione del Likud, mette insieme una tenace xenofobia anti-araba con l'unilateralismo, proprone un giuramento di fedeltà ai principi dell'ebraismo per ottenere la cittadinanza. Non piace all'Occidente.
  • Labour 10% - Non tutti i Barak sono uguali, quello Israeliano ha portato i labouristi al minimo storico, dopo essersi distinto per la linea di fermezza nei rapporti con i Palestinesi, in qualità di ministro della difesa uscente.
  • Shas 9% - Destra ultra ortodossa Sefardita.
  • United Torah Judaism 4% - Destra ultra ortodossa
  • United Torah Judaism 3% -È il nuovo partito che sostituisce il National Religious Party, la collocazione politica nemmeno la spiego.
  • National Union 3% - Destra Nazionalista, crede nel grande Israele, contraria a qualsiasi negoziato.
  • Meretz 3% - La SINISTRA lievemente tendente al pacifismo e di ispirazione socialdemocratica.
  • Hadash 3% - La SINISTRA marxista che sapevo che da qualche parte doveva pur esserci.
  • Balad 3%- rappresentanti degli arabi israeliani.
  • United Arab List 4% - rappresentanti degli arabi israeliani.

Cosa dite? Una tragedia per la sinistra Israeliana?
Comunque staremo a vedere, anche qui, come se la cava la nuova amministrazione USA
(Eh sì, alla fine torno sempre là)


A proposito di Sinistra Israeliana... Almeno loro la hanno ancora una sinistra in parlamento, il che dalle nostre parti, ricordiamolo, è un lusso...

sabato 30 agosto 2008

Vacanze d'Egitto

Devo decidere dove fare le mie tanto agognate vacanze Fuori-Stagione.
E sì, perchè il mio viaggio recente in Croazia è stato sostanzialmente riassunto in una serie di piovaschi della durata di circa 30 ore, spalmate su una permanenza complessiva di 42 ore circa. Un proverbiale buco nell'acqua.
Ad attendermi però ci sono ulteriori tentativi vacazieri, oltre al breve weekend filofamiliare appena lodevolmente trascorso.
Ovvero il mio viaggio in Atlantide (ne riparlerò presto), e quello, di cui si parlava prima, "fuori stagione".

Tra le proposte che la cortesissima tipa dell'agenzia ci ha fatto c'era l'Egitto.
"La terra dei Faraoni" ho subito pensato, dimostrando di avere il livello culturale di un bambino di 5 anni e mezzo.
Ma subito dopo il mio lobo temporale ha cominciato a ripescare le note esperienze di gite di Europei continentali in Egitto...

Pompeo, uomo grasso, rubicondo e assai stimato in Oriente prende precisi accordi per grazioso viaggio in terra Egiziana. Allo sbarco, accolto da vecchi compagni d'arme lì convenuti, viene accoltellato e decollato.

E vabbè, direte voi... Viaggio sfortunato...



Cesare, più scaltro, prende accordi con altra agenzia, a gestione femminile. Riceve trattamento pregevole, comprensivo di regalo di vero tappeto egiziano con ragazza avvolta all'interno. Soggiorno gradevole, al cui ritorno viene tuttavia accoltellato dal proprio figlio adottivo in pieno centro.

E vabbè diranno i precisi... Solo una casualità...


Marco Antonio, stessa agenzia del precedente, stesso menù di intrattenimento, senza il numerino del tappeto. Soggiorno gradevole nella prima metà. Meno nella seconda in cui è costretto al suicidio.


E vabbè faranno i maliziosi... Erano altri tempi



Re Luigi IX detto il santo, progettava una visita a Gerusalemme passante per l'Egitto. Soggiorno non gradevolissimo presso le comode carceri Egiziane. Pagamento di costo di alloggio altissimo, per quei sei annetti di affannosa permanenza. Quando, anni dopo, osa tornare in nordafrica, muore di dissenteria, e con enorme classe, viene bollito e, dopo aver "fatto buon brodo", disossato per tradurre le ossa stesse in Europa.

E vabbè diranno i pignoli, quella volta in terrasanta andava bene a pochi...


Napoleone ad inizio carriera si muove per visitare, con quarantamila amici, le terre d'Egitto. Purtroppo le navi da crociera utilizzate per la visita vengono affondate da una agenzia viaggi di concorrenti Albionici (perfidi). La permanenza si allunga in maniera spropositata... Comunque il viaggiatore più fortunato nelle terre egiziane non ci muore, nè viene ucciso poco dopo... Si limita ad uno sfortunatissimo viaggio...

E vabbè diranno i colti, dopo ha conquistato mezzo mondo...
(infatti lui ha fatto in tempo ad andare nell'altra grande meta fortunata per gli Europei... chi la indovina?)


Rommel la volpe nel deserto, dopo un brillante safari di gruppo in pieno nordafrica decide di avventurarsi anche egli nel malefico Egitto, che arride solo agli Albionici. Inutile rinvangare il solito copione di sconfitte e suicidi.


E vabbè diranno i compagni, era un nazi, gli sta bene...





D'accordo, sono d'accordo su tutte le obiezioni...
Eppure mi sorge il dubbio che i viaggi in Egitto non portino esattamente bene agli europei...

giovedì 14 agosto 2008

Sui Viaggi e sulle Dittature

Piccolo viaggio in Croazia.
Partenza tra due orette, prevedo un traffico ovviamente infernale.
Porterò con me, ovviamente, qualche libro da viaggio.

A proposito di libri da viaggio, segnalo la collezione intera di fumetti di viaggio di Guy Delisle.
Autore canadese relativamente giovane (poco più che quarantenne) e animatore in Francia (dove vive attualmente) e Canada, è l'autore di una triade di piccoli gioielli del fumetto contemporaneo.

Una sorta di viaggio alla scoperta delle dittature orientali, viste dagli occhi di un fumettista, anche in parte impegnato nella vita delle ONG (la moglie del nostro autore è impiegata in Msf Francia).

Tre i luoghi del dispotismo asiatico visitati. Nell'ordine di pubblicazione italiano si parte da Pyongyang, forse il migliore dei tre, la cronaca di un viaggio di lavoro tra l'alienazione e l'assurdità della Corea del Nord del Caro Leader. Senza rinunciare ad una carica di umorismo ed un occhio alla riflessione sulla libertà ed i diritti civili.



Dopo il bimestre nordcoreano Guy ritorna a lavorare nei luoghi degli assolutismi orientali, non poteva mancare nella collezione il viaggio nella Cina del PCC, anche qui vista dal punto di vista di uno straniero che va a fare il suo lavoro di disegnatore in una terra che si modernizza, ma più si modernizza e più sembra impietosa e schizofrenica.
Shenzen, copertina rossa e stessa edizione del precedente, [Fusi Orari], ovvero i libri de "L'Internazionale".



Infine recentissimo ultimo arrivo nelle librerie il reportage sulla dittatura Birmana. Questa volta, un po' invecchiato, l'autore fa il "casalingo" in trasferta al seguito della moglie inviata in missione per Medici senza Frontiere (Francia) e gira la città, percependo quello che significa vivere sotto una giunta militare, spingendo un passeggino con pargoletto in dotazione.
Cronache Birmane, più voluminoso degli altri volumi, più maturo nel tratto, è anche il più "politico" nelle notazioni a margine delle sempre graziose scenette umoristiche.


Per chi volesse buona lettura sul sito de L'Internazionale.

mercoledì 13 agosto 2008

Tre Considerazioni Poco Olimpiche

Considerazioni inattuali su questioni di attualità, fatte nottetempo e subito prima di lasciare lo stato... Causa breve vacanza tra le acque Croate.


Prima: Sulle Grandiose Olimpiadi Cinesi
La Repubblica Popolare Cinese ha inaugurato la sua gigantesca, grottesca, spettacolare kermesse. Il popolo cinese è davanti agli schermi di tutto il mondo, i grandi capi di stato sono presenti e la celebrazione sportiva diviene politica e politicizzata, come mai prima d'ora, nemmeno nelle storiche edizioni del boicottaggio (1980 e 1984).
Si tratta della serata di gala in cui il nuovo impero cinese, del neo-nato confucianesimo, del capitalismo orientale, dello sviluppo a due cifre, entra nei salotti buoni dell'occidente, e anche nei salotti privati degli occidentali.
I critici di questa esposizione mediatica? I tanti che sostengono che sarebbe stato un bene che gli atleti europei non partecipassero?
Non è forse un gioco perverso quello di attribuire al CIO o al CONI (per quanto riguarda l'Italia) un ruolo che spetterebbe all'ONU o al WTO, o almeno alla Farnesina?
Non si è solo dimostrato la ciarliera inutilità di un certo modo di concepire la politica estera?
Jimmy Carter non viene certo ricordato per l'acuta scelta di politica estera avuta decidendo di boicottare le olimpiadi di Mosca.

Alla diplomazia internazionale conviene intrattenere rapporti interessati ma amicali con la potenza asiatica per eccellenza, e questo fatto, questo principio realista, non verrà messo in discussione certo da una parata per una inaugurazione sportiva.
Inoltre c'è una cosa che non va dimenticata... Mai come in questi mesi i riflettori si sono posati sui contestatori interni ed esterni al regime del PCC. Il sistema politico cinese è stato passato ai raggi X sui principali quotidiani occidentali, con un volume di servizi, reportage e tribune stampa sui problemi delle varie etnie nazionali (primissima quella Tibetana, oggetto di un'altra considerazione) e lo spazio dato alla critica politica è stato vasto e sistematico. Un'intera porzione di pubblico ha avuto accesso ad informazioni e lo spazio di dibattito "critico" ha per diversi mesi surclassato quello di agiografia del paese ospitante.


Insomma una specie di "effetto G8", per ricalcare la centralità mediatica che, negli anni delle mobilitazioni no-global, le manifestazioni di massa riuscivano ad ottenere anche rispetto al reale incontro politico in corso, gli abusi sono stati più visibili, e gli argomenti sono arrivati ad una platea più larga di quelli solitamente interessati al tema... Paradossalmente, per l'intero movimento per i diritti civili e per molte ONG, queste olimpiadi sono state una vetrina, di riflesso magari, ma un'efficace vetrina,



Seconda: Sull'artista un tempo chiamato Lhamo Dondrub
Lhamo è quello che molti definirebbero un ragazzo dalla vita difficile. Dichiarato adulto alla tenera età di 16 anni, è dovuto diventare rapidamente responsabile, occupandosi di problemi inizialmente più grandi di lui. Poco più che maggiorenne divenne profugo, dovette abbandonare le sue splendide montagne e darsi alla proverbiale macchia. Con il tempo ha sfruttato alcune occasioni per apparire sulla stampa ed è diventato ospite di moltissimi talk-show.

Non so se ho detto prima che Lhamo è la XIV reincarnazione del bodhisattva della compassione...
Anche oggi il Dalai Lama si è ritagliato il suo "spazio dal palco" per criticare (giustamente) la repressione subita dal suo popolo. Il Dalai è a capo del governo in esilio del Tibet da quando aveva 15 anni, cioè dal 1950, cioè da 58 anni... Non proprio pochissimo, no?
Il Tibet, perchè no, un giorno potrebbe avere una autonomia decente dall'Impero Cinese, e la sua cultura plurisecolare sopravviverà, lo spero alla sinizzazione arrembante degli ultimi decenni.
Quel giorno, quando a Lhasa si insedierà un governo autonomo Tibetano, l'occidente si accorgerà che il Tibet è una teocrazia.
Il Maestro-Oceano, ovviamente, è un uomo di spettacolo, ammiccante, scaltro, mediatico, dispensa quella saggezza "in pillole" unita alla freschezza ed alla grande leggiadria politica di uno che, dopotutto, non ha molto da perdere. In questo ha decisamente superato il precedente Pontefice (quello "santo subito") , anche egli molto a suo agio in ambito mediatico.
Nella classifica del Time degli uomini più potenti ed importanti del 2008 il Dalai Lama sfonda tra i leader religiosi escludendo il pontefice cattolico attuale.
Eppure... Ci sono alcune cose che è raro che vengano dette...

Il Buddismo Tibetano, incarnato dal Dalai Lama, ha tenuto il Tibet nell'inverno del MedioEvo fino al 1950. Strano a pensarci, perchè viene venduto come una religione solidale, solare, non vincolante, quasi hippie... Insomma la Shangri-La del mito Hiltoniano.
Non è così però. Il Tibet, per secoli "protettorato cinese", privo di una politica estera autonoma, ma internamente dotato di un proprio sistema di governo (anche se spesso pesantemente influenzato dalla presenza di funzionari imperiali nel suo territorio) conservava tradizioni medievali ed una società rigidamente classista, in cui la nobiltà ed il clero avevano il dominio ed il controllo sulla popolazione produttiva, sottoposta a decime ed in uno stato di servitù "de facto".

Una piccola ammissione sfugge anche ai tibetani su questo, quando in un sito internet in cui il Maestro Oceano è palesemente chiamato "sua santità", si scrive
"Nell'esilio, il Governo tibetano è stato riorganizzato secondo moderni principi democratici"

Basta un po' di analisi del periodo.
Prima dell'esilio, guarda un po', nessuno aveva tanto badato ai moderni principi democratici... Basti pensare che la proposta di costituzione per il Tibet data 1963, quattro anni dopo la fuga in India... A volte le esperienze negative cambiano in meglio. O forse le condizioni storiche modificano le opinioni sulle virtù e le negatività della vita democratica? Insomma... Anche nel ridente mondo dei buddisti la costituzione si concede sempre perchè altrimenti le cose andrebbero ancora peggio... Dopo l'esilio il Dalai aveva bisogno di coinvolgere i tanti esuli in un progetto comune che passava attraverso una promessa di libertà che non fosse necessariamente ed unicamente connessa alla religione. Ecco spuntare la costituzione e addirittura le prime "elezioni" di un governo Tibetano.
Quando queste prime elezioni?
Nel 1990. Dopo che il Dalai era il esilio da 31 anni.
La Democratizzazione, anche in esilio, vuole i suoi tempi.

P.S: Si noti che questi cambiamenti "pro-occidentali" sono segno anch'essi della destrutturazione della cultura Tibetana ancestrale. La modernizzazione introdotta dalla Cina negli ultimi anni, i mezzi di comunicazione, l'enorme ferrovia, stanno ottenendo rapidi risultati, accelerando la sinizzazione da un lato e dall'altro trasformando la cultura tibetana in un immensa attrazione turistica. D'altro lato anche in occidente è in atto una colonizzazione culturale del buddismo tibetano, sempre più "televisivo" e consumista, il cui aspetto meditativo rapidamente diviene solo un orpello pubblicitario.


Terza: Sulle bombe olimpiche di Vlad
Il Maestro Oceano di cui sopra si lamentava della violazione della "pax olimpica" da parte dei Cinesi, mentre in questi giorni abbiamo prova che ormai la tradizione richiamata appartiene solo alla fantasia.
I Georgiani decidono di massacrare civili con il benestare stellestrisce in una provincia ribelle ed i Russi muovono arei e carri armati con rapidità ed efficienza viste poco nell'ultimo ventennio, almeno da quelle parti.
Prove generali di guerra fredda in corso?
Probabilmente.
La tregua sembra fragile, ma la crisi è progressivamente diminuita di volume ed oggi è ridotta ad un banale (ed un po' "vintage") scambio di accuse tra USA e Russia.

Lo zio Sam, comunque, ha accusato un bruttissimo colpo.
Ha sostanzialmente abbandonato il neo-alleato Georgiano, rimanendo inebetito dinanzi alle mosse dell'ex armata Rossa, e solo oggi il presidente Bush è riuscito a dichiarare qualcosa di minimamente critico nei confronti di Mosca, ad annunciare la visita a Tblisi del segretario di Stato e a comunicare di aver dato istruzioni al segretario della Difesa, Robert Gates, di impiegare militari in Georgia per fornire assistenza militare. Ed ecco che ritorna la guerra fredda.
(Era scomparsa assieme alla Democrazia Cristiana...Chissà che non sia l'annuncio di un doppio ritorno... )
Un po' meglio l'Unione Europea, con quella volpe di Sarkò pronto a mettersi in prima fila per la foto di gruppo e quell'italiano di Frattini che non si presenta perchè è in vacanza alle Maldive (le ferie di un ministro degli esteri non si fermano certo per una crisi internazionale).
Nei prossimi giorni il braccio di ferro potrebbe proseguire, o fermarsi rapidamente, tuttavia Putin ha stabilito, mentre era piacevolmente ad assistere alle olimpiadi, un paletto chiaro rispetto alle velleità americane di allargamento della propria sfera di influenza.

Dunque la Guerra per l'energia è cominciata? Difficile dirlo, ma se non altro è iniziato il casting per trovare i protagonisti. Ed il buon Vlad si sta già cucendo addosso un ruolo di primo piano.







martedì 15 luglio 2008

Previsioni I

Così MarJane Satrapi descrive le brillanti previsioni del suo zio comunista all'indomani della cacciata dello Scià nel 1979.
Ben rappresenta comunque anche i pensieri di gran parte del Partito Comunista Iraniano dell'epoca.

Come sappiamo, invece, i religiosi Sciiti controllano la Repubblica Islamica da quasi trent'anni.
I comunisti sono stati e sono tuttora torturati e perseguitati.

Mai sottovalutare le possibilità di governo di rappresentanti di Religioni Millenarie.

Appendice: Il Fumetto Persepolis della Satrapi, da cui recentemente è stato tratto un film, è un'opera meritevole sotto molti aspetti, un tratto non elaborato ma una prosa che associa emozioni, politica, nostalgie di vita vissuta e racconti di una terra perduta eppure amata. Una lettura da consigliare.

martedì 17 giugno 2008

La Morte a Levante



Quella Giapponese è decisamente una terra particolare, e il popolo che vi abita è carico di fortissime ambivalenze.
Ha una continuità statuale soprendente, basti pensare che la dinastia attuale, quella del "blasone del crisantemo", è risalente, secondo gli annali del Giappone, al VII secolo a.C.
L'imperatore attuale è il 125° discendente del primo imperatore, Jimmu, a sua volta discendente della kami (dea) Amateratsu, simboleggiante il disco solare.
La continuità della simbologia imperiale è talmente tenace che il Giappone è stato l'unico, tra gli stati sconfitti nella IIGM, a non aver perso il proprio simbolo statuale. Nè il regno d'Italia, nè il reich Tedesco sono ancora esistenti. L'Impero Giapponese sì, e l'imperatore del tempo, Showa, ha continuato a regnare fino alla sua morte, nel 1989, ed il 29 Aprile si festeggia, ancora oggi, il suo compleanno come festa nazionale (lo Showa no hi).
Certo, nel 1946 il Tenno (sovrano celeste) ha pubblicamente (dovuto) sconfessare la propria natura divina, ed abrogare lo shinto di stato, ma la sua simbologia permane forte.

Eppure, nonostante le storiche chiusure, le tradizioni ossificate, il Giappone è lo stato orientale più rapidamente ed efficacemente occidentalizzatosi.
In giappone si utilizza un sillabario, vero e proprio (il katakana) di natura fonetica per trascrivere le parole occidentali, le quali arrivano a rappresentare più del 10% del vocabolario di uso corrente nipponico.
I Giapponesi si sono rapidamente occidentalizzati nei costumi, nei modelli culturali (libri, metodi di conto) hanno importato, abilmente modificando e divenendone maestri alcuni stilemi della comunicazione novecentesca, dal fumetto (Il manga, pur cronologicamente posteriore al comic americano ha assunto nella terra Nipponica una essenza culturale inedita in occidente) alle forme di comunicazione di massa, l'informatica, la musica, l'arte d'avanguardia.

Giappone è diventato simbolo di modernità, il che in un paese incredibilmente legato al tradizionalismo (si pensi che nello shinto gli avi di una determinata famiglia rientrano nei Kami) può essere un fattore stressogeno non indifferente, e coniugare questa modernità al tradizionalismo nei costumi, nei rapporti familiari e sociali è stata una sfida non perduta ma nemmeno vinta dalla società giapponese.
Il cinema di Ozu, maestro degli anni '50, mostra il contrasto tra la modernità e la tradizione che lacera la solida struttura familiare e nazionale giapponese; i lavori e soprattuto la drammatica uscita di scena di Mishima, nel 1970, con un seppuku rituale dopo una orazione contro la costituzione del '47 e per un ritorno al nazionalismo; sono solo due esempi.

Il suicidio dunque come drammatica risposta alla crisi di una società solidamente tradizionalista? La tanto praticata modernità nipponica è allora solo una facciata dietro la quale macera una confusione valoriale pronta a divorare la psiche del giapponese medio?

Il Giappone ha un numero di quasi 30 mila suicidi l'anno su 120 milioni di abitanti, il che equivale ad un tasso (2o suicidi su 100mila abitanti) doppio rispetto a quello statunitense, pari a quasi quattro volte quello italiano, al terzo posto tra i paesi OCSE dopo Corea del Sud ed Ungheria.
Eppure la massa di morti autoinflitte del paese del sol levante non è così fieramente discepola dell'atto di Mishima.



La maggiorparte delle morti per suicidio sono amplificazioni di problemi esistenti in qualsiasi società occidentale, iperbolizzate dalla presenza di un nucleo storico valoriale e esistenziale tipicamente nipponico.

I giapponesi hanno un termine "karoushi"per indicare la cosiddetta "morte da superlavoro". L'etica del lavoro giapponese (terra che non ha mai avuto Marx) contempla lavoro straordinario massacrante e spesso non retribuito che prosegue sistematicamente fino a tarda notte, ogni giorno, con un sistema spossante e distruttivo che finisce per spingere alcuni individui al suicidio. Fin dagli anni '80 esistono pene per le aziende colpevoli di trattamenti che spingano al suicidio da superlavoro i propri dipendenti.
Le ore di lavoro, in Giappone, sono circa 2000 annue, mentre per i lavoratori francesi poco più di 1500. Alla fine degli anni '90 le ferie giapponesi ammontavano a 9,4 giorni, quelle francesi 25 giorni.

Durante la crisi economica della fine degli anni '90 il tasso suicidario tornò ad aumentare, dopo una lieve flessione precedente. Padri di famiglia di 50 o 60 anni, appena licenziati, vivevano per un periodo una vita da "fantasmi", fingendo di continuare a lavorare, fino a suicidarsi, permettendo alle famiglie di incassare il premio dell'assicurazione sulla vita, che paga anche in caso di suicidio.

Il suicidio non è, infatti, distonico rispetto all'etica nipponica. Tutt'altro.
Circa il 20% della popolazione ha seriamente pensato al suicidio nel corso della propria vita, comprendendo ogni fascia socio-culturale. Il suicidio è tradizionalmente tollerato a livello culturale, e trova riferimenti importanti storico-mitologici (i 47 Ronin di Ako che compiono seppuku dopo aver vendicato il proprio padrone).
Il suicidio è dunque l'onorevole sacrificio del giusto dinanzi a superiori avversità, ma anche l'uscita onorevole dall'onta o dalla vergogna.
Quando Kobe, nella prefettura di Hyogo, venne colpita da un terremoto a metà degli anni novanta, diversi dirigenti di varie società si uccisero a catena per gli errori nella gestione dell'emergenza; compreso il vicesindaco che si diede fuoco un anno dopo.

E nel paese delle innovazioni tecnologiche, non poteva mancare anche il suicidio sul web. Il Giappone è stato apripista anche del fiorire dei blog, dei siti, dei mercati virtuali per aspiranti suicidi, dove scegliere luogo e modalità per il proprio trapasso ed addirittura organizzarsi per effettuarlo contemporaneamente.

Leggere l'alto numero di suicidi nella terra del sol levante solo come una risposta di disorientamento collettivo alla modernizzazione è dunque non risolutivo. Un prezzo alla modernizzazione, in termini di crisi dei sistemi di protezione sociale, è sicuramente stato pagato, tuttavia fattori tipicamente nipponici, legati all'onore, al suicidio come elemento non negativo, all'etica del lavoro, pesano nel determinare un fenomeno duraturo negli ultimi decenni e legato ben più alle condizioni di vita materiale, al disagio economico, sociale e emotivo, che ad un rifiuto diffuso e radicato della modernità che, con buona pace di Mishima, sembra non essere più il principale problema della società giapponese contemporanea.