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giovedì 12 marzo 2009

Atomi assicurati

Trittico Atomico - II
Di recente nella città di M. si fa un gran parlare della costruzione di una graziosa centrale che produca elettricità grazie alla fissione atomica, da ubicare nel litorale della ridente città costiera, immagino in area Lisert.
(Non è l'unica "graziosa centrale" di cui si discute, nei pressi di M. ma questa è un'altra storia)


L'altro giorno, mentre posavo lo sguardo su un contratto di assicurazione Kasco dell'auto, leggendo tutte le decine e decine di casi in cui cavillosi avvocati di-grigio-vestiti potrebbero rifiutarsi di versare il corrisposto basandosi sulle righe piccole del contratto, sono arrivato a questo:


- Comunque non verranno rimborsati danni direttamente o indirettamente provocati da fenomeni di trasmutazione dell'atomo. [...]



La frase è volutamente ambigua, non è chiaro se l'atomo trasmutato debba essere quello della stessa automobile (colpita quindi da un fantascientifico raggio disgregatore) o anche un altro atomo qualunque, tipo, che so, quello di un incidente atomico lì vicino.
Non è nemmeno chiaro se si parli della trasmutazione fisica dell'uranio in piombo o in quella dei metalli in oro.
(Un semiasse in oro si piegherebbe facilmente, ma non credo che provocherebbe troppe storie)

Ma io so già che non può essere un caso.
Non hanno nemmeno costruito la centrale e già questi assicuratori mettono le mani avanti!
Vi pare giusto?

Secondo me, se una esplosione nucleare devastasse la mia automobile, l'assicurazione, COME MINIMO, dovrebbe risarcirmi!

lunedì 26 gennaio 2009

Il Mo.St.Ro I

Capitolo I: "La conta per la Contea"

La Contea era stata molto più grande, un tempo. Ma oggi il leone rampante in campo azzurro non dominava neppure un sesto delle storiche terre degli avi. Ed al castello non stava più nessuno. Nemmeno i confini parevano più presidiati e nessun cavaliere, nè cavallo alcuno, pattugliavano gli stretti sentieri dei colli d'intorno. Ovunque giaceva il silenzio ed un meriggiare tra ricordi sopiti, ,ma sotto la pallida luna d'inverno qualcuno tramava nell'ombra, una volta in più delle altre. Nelle terre della costa il Falco adocchiava la preda, stanca e passita, che pasteggiando nel loto era dimentica di ogni cosa.
Il Falco stava, operoso, in attesa.



"La contea un giorno sarà del Falcone" disse il Grigio signore, alto e sottile, increspando le labbra minute, serrate tra i baffi ed il Pizzo appuntito.

La Volpe gli era dintorno, sinuosa.
Ripetè la litania, quella solita cosa.
"Mio signore" si fregava le mani
"Se unissimo tutti questi Villani...
Se ai nostri unissimo il volgo sarebbe gran cosa!
Dovremmo dirlo all'Albero dove il Falco si posa."
"E poi" disse il signore vibrando le nari
"Pensami a capo di tutti quei Legionari"
Entusiasta la Volpe della sua vecchia idea
"Prenderemo il controllo della Contea!".

[continua?]

sabato 7 giugno 2008

Poesie nella città di M.

Non so se vi ho mai parlato della città di M.

La città di M. non sembra il tempio della poesia, a chi viene a vederla da fuori.
Forse perchè il suo centro storico non ha la grazia dei paesi costieri, con stretti vicoli ciechi e le case ammucchiate a ridosso sul mare, nei quali immaginare pirati ottomani comandati da un qualche severissimo Alì Pascià.
Forse perchè incontrandola in treno a stagliarsi sono le ciminiere e le gru poderose dei lotti industriali, non i pinnacoli e le cupole rivestiti di sottili lamine di rame dell'europa centrale.

Eppure la città di M. si trova in un luogo ristretto, schiacciata su un mare che non vede mai da un altopiano roccioso e policromatico che la costringe dal nord.
La città di M. è un antico mercato che si è fatto polo industriale. Gli Ottomani qui ci sono arrivati davvero, anche se non sembra possibile immaginarli.

Poi la città di M. è soprattutto una città divisa in due; c'è la sua parte operaia, ruvida, resistente, quella vestita di blu in primo di maggio, quella delle lotte dei decenni passati; c'è la sua parte piccolo borghese, arcigna, paesana, mercantilista, quella che ha i suoi interessi di bottega, che mastica acide parole sorseggiando caffè di mattina, quella che i tempi andati...

Che poi forse non è questo il modo più giusto per dividere questa città.
C'è anche la città di chi è autoctono con il bollino, e di quelli, ormai maggioranza, che vengono, in un modo o nell'altro, da fuori.
C'è anche la città di chi è semplicemente dall'una o dall'altra parte politica (con qualcuno nel mezzo, inutile dirlo).

C'è anche la città di quelli a cui piace che esista, nella piccola città di M. che non sembra il tempio della poesia a chi viene da fuori, un festival che si occupa di Poesia, musicata, parlata, scritta e spiegata.
E c'è ovviamente la città di chi aspetta soltanto la festa del vino, la settimana prossima.
Perchè bere, nella città di M. è sempre un buon viatico.
Mentre la Poesia, si sa, è SNOB ovunque, figuriamoci nella città di M.

E quindi eccoli lì, i microRas urbani che si accalcano sulla contabilità poetica, pronti a riesumare dalle polveri Dante e Petrarca, mentre si affossa il festival di poesia contemporanea, perchè l'investimento economico rischia di ridurre l'importanza della festa enologica suddetta...




Sarò ostinato, ma io continuo a saper fare entrambe le cose, bere vino ed ascoltare poesie.
Chiamatelo eclettismo.


domenica 25 maggio 2008

Un Santo

Pare che il problema della città cui appartengo (chissà perchè poi dovrei dirla mia, se non declinando un possesso che è al massimo senso di appartenenza) siano gli immigrati. Un po' sarà il cromatismo cutaneo, un po' gli assembramenti all'aperto, un po' la tendenza ad una lieve chiassosità, un po' l'odore della base dei loro poderosi soffritti... Ed un po' la lingua.

Ovviamente l'oggettivo "Non capirsi" non è il solo problema.

Siamo su un territorio più raffinato della comprensione, anche se questa è necessaria, tuttavia non è sufficiente. La richiesta, pur non esplicita, è di una integrazione che sia omologazione. E dunque il punto non è che non parlino bene l'italiano (o quella graziosa parlata di ceppo veneto che caratterizza queste rive) ma piuttosto che, tra di loro, continuino a usare la propria lingua d'origine, che cioè la loro "appartenenza" sia dichiaratamente non omologa.

Tutte le società si fondano su fattori unitari, più o meno importanti, ma sempre “permeanti” la concezione di società. La lingua e il concetto di nazione non sono sempre stati una necessaria omologazione, tuttavia il tramonto degli stati multinazionali ci ha lasciato orfani della visione di Stefano I di Ungheria (primo re e anche Santo cattolico)

“Lascia agli stranieri la propria lingua e la propria cultura...”

Il filosofo americano Walzer distingue due forme di esercizio di tolleranza all'interno degli stati, all'apparenza mutualmente esclusive: l'assimilazione del singolo ed il riconoscimento dell'importanza dei gruppi; il nostro tempo ha dimostrato che nessuna delle due è una dorata soluzione.

Le politiche di assimilazione culturale attuate per decenni in Francia stanno naufragando davanti alla sempre più radicale richiesta di “gruppi” di un riconoscimento in quanto ente collettivo. Walzer lo scrive nel 2000, oggi, qualche anno più tardi, le “Banlieu” sono un tragico esempio dell'insufficienza di quell'impostazione, evidentemente qualcuno sapeva leggerne le difficoltà già con qualche mesetto di anticipo.

Nemmeno il semplice stabilire una divisione in gruppi, con frammentazione sociale estrema, può tuttavia essere una risposta, soprattutto dinanzi allo squilibrio sociale che vede gli immigrati appiattiti nelle classi meno agiate della società. Fintanto che la struttura del benessere economico “regge”, difatti, le tensioni sociali tra gruppi vengono calmierate da un benessere diffuso, salvo esplodere nelle fasi di depressione, anche in forma di vere e proprie “lotte tra poveri”.

Proprio in questa fase riemerge (non ditemi che non vi sovviene nessun esempio in mente) un tradizionalismo di stampo neo-nazionalista. La vittoria di S. in Italia è soprattutto la vittoria di una logica sì liberale (ma il liberalismo non ha bisogno di essere né tollerante né plurinazionale) ma con tentazioni proto-mercantiliste, con ricadute nelle grandi e piccole patrie, leghismi non più residuali che divengono ottiche politiche spesso dominanti, destrutturazione della storia dell'immediato dopoguerra come scelta programmatica, destituzione del concetto di interculturalità, fino all'aberrante denuncia di ogni relativismo.

Il tradizionalismo etico si sposa quindi al liberismo.

Il nuovo pensiero forte, identitario, massificato.

Lo straniero diviene oggetto di utilità economica e di repulsa etica, la sua omologazione è declinata “al ribasso”, la collocazione culturalmente asimmetrica è palese, l'accoglienza diviene “sopportazione”. Un vortice con quale finale?


“...nam unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragile”


(...difatti è debole e caduco il regno che abbia una sola lingua ed univoci costumi)

Quasi quasi mi tocca sperare che avesse ragione un Santo.