giovedì 8 aprile 2010
domenica 30 agosto 2009
Hot Line

La più famosa hot line del '900 in realtà è quella che è stata meno utilizzata.
Il Telefono Rosso che collegava Mosca a Washington, acceso la prima volta il 30 agosto di 46 anni fa, ma utilizzato solo quattro anni dopo.
Lo si costruì dopo la travagliata esperienza della crisi di Cuba del 1962, quando fu evidente che le comunicazioni tra le superpotenze non potevano essere gestite con quei tempi.
Il fitto scambio di missive che caratterizzò il periodo tra il 26 ed il 28 Ottobre infatti richiedeva ben 12 ore di tempo tra la trasmissione e la ricezione completa dei messaggi. Un po' troppo per un mondo sull'orlo di una guerra atomica.

Il lavoro nella parte capitalista del pianeta fu messo a punto dalla Harris, ed inaugurato nel 1963.
Il presidente Kennedy non riuscì ad alzare mai la cornetta, causa la prematura scomparsa, e nemmeno Kruscev, per via del pensionamento anticipato...
Il primo utilizzo noto fu del 1967 per la guerra dei 6 giorni... Il solito casino tra Israele e qualche vicino di diverso culto.
Ma io amo ricordare come presunto primo utilizzo quello millantato dal generale Jack Ripper a Mandrake nel 1964
Buona Visione di un vecchio capolavoro...
martedì 14 luglio 2009
domenica 31 maggio 2009
Quel Maggio in Ohio
Walter Hickel compirà novant'anni il prossimo agosto, si tratta di un vecchio politico americano di area repubblicana, dell'Alaska. Uno che per capirci ha sostenuto la Palin nella sua avventura da governatrice dello stato più fresco dell'Unione.Ma Wally Hickel è stato anche il segretario degli interni dal 1968 al 1970, con Nixon seduto alla presidenza, in pieno clima di tensione nazionale. Il movimento studentesco americano, SDS si oppone decisamente alla guerra del Vietnam, le manifestazioni ed il radicamento nelle maggiori università del paese è sempre più diffuso e capillare, anche se l'estabilishment e l'opinione pubblica "adulta" mantiene il consenso stabile per il governo conservatore.
In questo contesto il presidente Nixon lancia, tra il 30 aprile ed il 1 maggio, l'invasione della Cambogia.
Il 4 Maggio 1970 nell'università di Kent, in Ohio, letteralmente assediata da militari, si tenne una grande manifestazione pacifista.
I militari, dalla cima di una collinetta, spararono sulla folla un numero di circa 60 colpi, causando la morte di 4 manifestanti ed il ferimento di altri 9.
Il massacro della Kent State University.

Il tentativo mediatico di far passare per "sporchi hippies" i morti di quel giorno, per incolpare i manifestanti stessi della morte dei propri compagni (alcuni di loro, pare nemmeno coinvolti nella manifestazione) non riuscì; dopo il massacro sempre più campus americani dovettero essere chiusi per il ripetersi continuo di manifestazioni e assemblee pacifiste.
Il Grand Jury della contea assolse le guardie, il sistema politico repubblicano dette la colpa agli studenti.
Tranne Wally Hickel. Il segretario agli interni scrisse una lettera al presidente Nixon, che divenne presto pubblica, nella quale criticava pesantemente la sua politica estera e la sua negatività verso le giovani generazioni. Fu rimosso dal suo incarico il 25 novembre 1970 dopo mesi di infuocata polemica.
Nixon invece rimase a cavallo fino allo scandalo Water Gate, non cadde mai per la politica estera, e la presenza americana in Vietnam si protrasse per altri 5 anni.Ma in quel maggio i liberal degli states scoprirono che i pacifisti americani non erano solo degli "sporchi hippies"... Peccato che fino a quel momento, in quella guerra, ci avessero sguazzato fino al collo.
P.S: Di questa strage bisogna tenere a mente, come di tutti gli altri morti nei movimenti studenteschi occidentali. Tra qualche giorno, in Giugno, cade il ventennale di un enorme massacro di studenti riuniti in una pubblica piazza. Quello approvato dal governo cinese nel 1989... Prima che la retorica anticinese si alzi al cielo assordante è bene ricordare che anche il faro dell'occidente, quando gli serviva, ha sparato nel petto dei propri figli adolescenti.
sabato 25 aprile 2009
La Liberazione non si aspetta
La liberazione non si aspetta. Non è qualcosa da attendere, ma da Conquistare, così è stato per i padri e i nonni che hanno, da partigiani, combattuto per i diritti che oggi noi vediamo scontati, ma che scontati non erano e non sono.Il 25 Aprile è un raro esempio di festa laica che non ha al centro solo una vaga retorica di patria, ma un sistema di valori, quelli della resistenza al nazifascismo; che trae forza dai principi della costituzione, che parla del riscatto di quella parte buona del paese, che seppe ridare un'occasione alla democrazia, messa sotto scacco per troppi anni.
Il rischio che corriamo oggi è dimenticarci di questo 25 Aprile. Trasformarlo solo in una celebrazione vuota e stantia, in cui, in nome di una assurda riconciliazione, si celebrino i caduti repubblichini fascisti al fianco dei partigiani morti per la libertà, la democrazia e la civiltà.
Il ministro La Russa dice che “un ideale vale l'altro”, alcuni preferirebbero vietare bellaciao, altri lamentano al 25 aprile il fatto di essere festa di una parte e non di tutte le parti.
Il 25 Aprile è la festa della liberazione di tutta l'Italia dal Nazifascismo, è la festa di tutti quelli che si riconoscono nella lotta, nella resistenza, nei principi della costituzione, in ciò che ha riscattato il nostro paese da quel triste e sporco ventennio. Ma se qualcuno ha nostalgia di quegli anni, se qualcuno pensa che i valori della resistenza non siano importanti, se pensa che un partigiano sia eguale ad un volontario della X, allora questa non è la sua festa, ed è meglio lasciare da parte le ipocrisie, perchè offende la memoria leggere alcune dichiarazioni che campeggiano nei giornali in questi giorni.
C'è gente che per la Liberazione è morta. Per Conquistarla.
Non nascosta ad aspettare per controllare da che parte stare, non antifascista dal 26 Aprile in poi.
Gente che stava dalla parte Giusta.
A quelli oggi va il mio rispetto ed il mio saluto.
Degli altri, se c'è, si occuperà il padreterno.
giovedì 12 febbraio 2009
martedì 3 febbraio 2009
Cosa ha detto la Marmotta?
Nella ridente cittadina di Punxsutawney la marmotta Phil, esperto metereologo, è stato disturbato da una delegazione, come accade ogni volta che è il 2 febbraio in Pennsylvania.La questione è molto semplice: Phil è accreditato di essere il "pronosticatore dei pronosticatori", il principe del giorno della marmotta, che cade il 2 di febbraio, ed in quel nevoso paesino, dal 1887 (attraverso una lunga serie di successori, immagino) pronostica quanto inverno spetta ancora di subire alle umane genti.
Il giorno della Marmotta cade nello stesso giorno della nostra "Candelora" con il quale si accomuna nella tradizione popolare inerente le particolarità metereologiche del momento, infatti i primi giorni di febbraio cadono nell'esatta metà del periodo invernale. Materialmente ci si lascia alle spalle i giorni di maggior rigore, per andare, lentamente verso la bella stagione... Una festa dalle funzioni, per capirci, simili al 1° di Maggio, nella tradizione agreste.
Che la marmotta sia un buon simbolo (sono per eccellenza gli animali più esperti sulla durata dell'inverno, visto il fare letargico) è ovviamente assodato.
Non mancano nemmeno da noi i mille poemi metereologici, scevri di relazioni precise con qualche animale (in origine la candelora cristiano giudaica è però legata a temi di purificazione puerperale).
Ovviamente non manca nemmeno la festa pagana parallela... Imbolc
E quella latina corrispondente (corrispondente ma non troppo)... i Lupercalia.
A riprova che spesso, quando si parla di una festività, se ne possono risalire le tracce ben più indietro di quanto sembra possibile in un primo momento...
Ma tornando a Phil la marmotta, ebbene, dopo aver benedetto, con un filo di campanilismo, la vittoria dei Pittsburgh Steelers nel super bowl del giorno prima, la marmottina, girandosi ha scorto la propria ombra...
Ineluttabile segno:
NONOSTANTE OBAMA!
sabato 22 novembre 2008
L'usignolo senza talento
Un tempo in cui non c'era il rock, e "trash" non era alcun genere codifi
cato. Un tempo in cui la lirica dominava le scene concertistiche, nel bene e, ovviamente, nel male. Inizi del secolo americano, east coast, Pennsylvania.
Questa è la storia di una donna facoltosa, ma profondamente insoddisfatta, si chiamava Florence Foster. Voleva cantare,
calcando i palchi di legno cigolante degli stati uniti di fine ottocento, ma gli ostacoli di una famiglia tradizionale e le responsabilità di un matrimonio combinato le imponevano di rinunciare e dedicarsi all'insegnamento.Ma Florence non ci sta a ridimensionare i suoi sogni, e come nella miglior tradizione della "american way", prende in mano il proprio destino, lascia il marito e un giorno, dopo la morte del padre, prende un bel gruzzolo di soldi ereditati e comincia ad investirli per fondare club musicali e finanziare anche la propria vita artistica, affittando teatri e interi complessi.
Il classico sogno americano dunque? La cenerentola della lirica?
Non proprio. Purtroppo Florence è scarsa.
Davvero scarsa. Sembra non essere in grado di reggere una nota, tantomeno di sostenere l'interpretazione di opere di Verdi, Mozart o Strauss come si affanna a fare... Eppure, nonostante il letterale inferno che la critica le scatena contro, nonostante i suoi accompagnatori debbano farsi in quattro per seguire le sue continue frammentazioni irrispettose del ritmo, nonostante tutto questo il pubblico è FELICE, RIDE ed applaude...E Florence Foster Jenkins diventava famosa, sempre più famosa.
Lei, perennemente convinta delle proprie doti canore, non si lasciava turbare dall'oceano di contumelie che le venivano lanciate addosso dai critici sui giornali. Il "suo" pubblico, fatto di frequentatori di club e di ottimi borghesi come lei, la apprezzava, si divertiva, si congratulava alla fine delle sue performance canore.
Di lei è rimasta qualche registrazione. Che inevitabilmente ci fa stare dalla parte della critica.La carica di involontaria comicità, il paradosso reso, per chi ha letto TinTin, nel pensiero di una Bianca Castafiore che, in carne ed ossa si vanti di essere un eccelso soprano, sono componenti basilari per capire questo personaggio che strenuamente ha sempre difeso, per tutta la propria vita, la sua supposta valenza artistica nel campo della lirica.
La prima icona trash della storia si esibì in decine di club musicali e persino, in quel gran finale che ogni opera, ogni reality, ogni grandiosa epopea merita, nell'acme scenico della Carnegie Hall, il tempio lirico della 7.ma avenue newyorkese, il palco di Rachmaninov, di Richard Strauss, di


Schönberg...
La grande esibizione ebbe luogo il 25 Ottobre del 1944, lei ormai più che settantenne, in un clima da "tutto esaurito", un teatro stracolmo ed una prova degna della sua tradizione, un succedersi ininterrotto di strida, gridolini, acuti irragionevoli, stonature e graffi sonori felini...Pubblico pronto a spellarsi le mani e critici che dardeggiavano strali da taccuini infervorati.
Stonature a prova di orecchi inesperti o distratti.
Un mese dopo, il 26 Novembre 1944, Florence morì.
L'incapacità lirica aveva rotto il tabù del tempio americano della buona musica, l'ingenuità semplicistica di un nuovo modo di fare spettacolo, che riduce tutto ad uno schema che contrappone noia a divertimento, gettava il suo primo seme.
Non sappiamo se la Foster morì per lo sconvolgimento interiore portato da una critica mai così feroce, o se abbia per la prima volta sentito le risa del pubblico oltre agli applausi. Possiamo immaginare però, con un pizzico di tenerezza, che la sua ingenua convinzione di essere una grande stella non sia stata infranta, e che fino al trapasso lei abbia avuto l'ostinata, quasi fanciullesca, sicurezza interiore, di aver servito la lirica, secondo il suo paradossale motto "People may say I can't sing, but no one can ever say I didn't sing."

Due album musicali con tracce d'epoca, un musical, citazioni nel mondo del cinema... L'immortalità, anche se non proprio come la voleva lei.
La società dello spettacolo deve qualcosa a questa donna.
P.S: Al tempo non esisteva (ancora) la televisione, altrimenti Florence sarebbe andata in prima TV, ed Aldo Grasso sul corriere della sera ci avrebbe detto che questa, in fondo, è buona televisione.
venerdì 24 ottobre 2008
S.M.U.R.F.

I Puffi hanno cinquant'anni.
Nel senso che Peyo, il loro creatore, li ideò il 23 ottobre del 1958.
Il loro nome originale è Schtroumpfs, quello anglofono Smurf, quello italiano "Puffi" è diventato anche il nome di un gusto di gelato azzurrino in voga negli anni '80, a dimostrare quanto permeanti siano stati i piccoli gnomi blu nell'immaginario infantile.
Inizialmente semplici comprimari, presto si imposero come protagonisti dando vita ad una delle più lunghe e fortunate serie animate mai prodotte (più di 420 episodi).
In rete (si sa la rete è piena di accattivanti opinioni) c'è chi è convinto che dietro ai Puffi si nasconda la più completa ed articolata campagna di subliminale convinzione sovietica effettuata alle spalle dei giovani fanciulli americani.
Ovvero, i Puffi sarebbero dei comunisti.
J. Marc Schmidt (autore di un libro su questo e altri segreti della cultura pop, il quale sembra essere disponibile solo in coreano) è convinto che il villaggio dei Puffi sia un grande e poderoso kolchoz comunista. Sulla stessa linea l'italiano Fineschi, in un sito non più esistente, che vigorosamente sostiene l'esistenza di un grande complotto del Marxismo Leninismo internazionale.
E sì, i puffi, tutti identici tra loro, persino nell'abito, sono distinti solo dal ruolo sociale che
ricoprono nella comunità, dando, pare, l'idea di un ordinamento di tipo sovietico. Il capo, Grande Puffo, è paragonato al vecchio Barbone Marx, con il quale ha qualche affinità fisica (ma anche con qualsiasi altro anziano con la barba) lui è il Red Father, il segretario generale che tutti adorano e nel quale tutti nutrono cieca fiducia.Così "puffo" può essere letto semplicemente come "compagno", e lo schema prende a funzionare rapidamente...
Va da sè che l'occhialuto puffo Quattrocchi è il criticabile intellettuale (o forse persino il contestatore trockista) da eliminare (bonariamente e simbolicamente) espellendolo a pedate fuori del villaggio.
I Puffi vivono secondo il principio del "da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"; mangiano collettivamente dosi identiche dello stesso cibo, che viene collettivamente raccolto, non pare che posseggano denaro, nè che esistano contropartite per il lavoro che ciascuno presta al servizio degli altri. Il sistema del villaggio è un mercato chiuso, non esistono scambi esterni, nè esiste alcuna struttura dipendente dalla proprietà privata.
Al di là delle possibili critiche, rimane vero che ci sono alcuni esempi interessanti:
- in una storia (fumetto) "il Puffo Banchiere" (si ritrova anche nei classici oro di repubblica) il denaro, introdotto nel villaggio, si rivela un vero "sterco del demonio", distruggendo l'armonia tra i piccoletti e quasi spingendoli in rovina.
- in un episodio televisivo "il Re Puffo" durante l'assenza di Grande Puffo, Quattrocchi si proclama re dei Puffi, si fa costruire un grande palazzo a simbolo del proprio potere e stabilisce gerarchie interne al popolo blu. Scatenando una rivolta capeggiata da Puffetta.

Bene, acquisito lo status di piccola comune del villaggio fatto di funghi, è ovvio dare un nome ai nemici. Gargamella che vuole (attraverso la magia nera) trasformare i puffi in oro, è evidentemente, in questo parallelismo, il capitalismo, che vuole sfruttare i puffi-lavoratori, trasformando la loro fatica in profitto.
Il parallelismo, ovviamente, potrebbe andare avanti (e se leggete dai link, effettivamente lo fa). Nel villaggio dei puffi ad esempio non esiste l'unità patriarcale, non c'è alcuna traccia di famiglia come struttura portante della società (anche se sarebbe da fare una riflessione sulla introduzione "pandorica" della figura di puffetta), apparentemente la società Puffa è atea (non c'è alcun Puffo dedito a ruoli di culto e Grande Puffo pratica palesemente la magia).

Sia chiaro, si tratta di osservazioni che lasciano il tempo che trovano, per quanto nei fumetti un po' di politica sia sempre passata (Tin Tin ne sia un esempio) i Puffi sono sostanzialmente il ritratto di una utopia fanciulla di bambini, che sono tutti, appunto eguali, ha una ispirazione molto più collettivista - primitivista (come appunto i giochi di bimbi) che figlia di una qualsivoglia forma di comunismo novecentesco, ma è divertente leggere quanto vi sia stato speculato sopra... Cinquant'anni dopo...
P.S: Ed ho dato solo un esempio: QUI invece li accusano di essere una setta massonica...
mercoledì 13 agosto 2008
Tre Considerazioni Poco Olimpiche
Prima: Sulle Grandiose Olimpiadi Cinesi
La Repubblica Popolare Cinese ha inaugurato la sua gigantesca, grottesca, spettacolare kermesse. Il popolo cinese è davanti agli schermi di tutto il mondo, i grandi capi di stato sono presenti e la celebrazione sportiva diviene politica e politicizzata, come mai prima d'ora, nemmeno nelle storiche edizioni del boicottaggio (1980 e 1984).
Si tratta della serata di gala in cui il nuovo impero cinese, del neo-nato confucianesimo, del capitalismo orientale, dello sviluppo a due cifre, entra nei salotti buoni dell'occidente, e a
nche nei salotti privati degli occidentali.I critici di questa esposizione mediatica? I tanti che sostengono che sarebbe stato un bene che gli atleti europei non partecipassero?
Non è forse un gioco perverso quello di attribuire al CIO o al CONI (per quanto riguarda l'Italia) un ruolo che spetterebbe all'ONU o al WTO, o almeno alla Farnesina?
Non si è solo dimostrato la ciarliera inutilità di un certo modo di concepire la politica estera?
Jimmy Carter non viene certo ricordato per l'acuta scelta di politica estera avuta decidendo di boicottare le olimpiadi di Mosca.
Alla diplomazia internazionale conviene intrattenere rapporti interessati ma amicali con la potenza asiatica per eccellenza, e questo fatto, questo principio realista, non verrà messo in discussione certo da una parata per una inaugurazione sportiva.
Inoltre c'è una cosa che non va dimenticata... Mai come in questi mesi i riflettori si sono posati sui contestatori interni ed esterni al regime del PCC. Il sistema politico cinese è stato passato ai raggi X sui principali quotidiani occidentali, con un volume di servizi, reportage e tribune stampa sui problemi delle varie etnie nazionali (primissima quella Tibetana, oggetto di un'altra considerazione) e lo spazio dato alla critica politica è stato vasto e sistematico. Un'intera porzione di pubblico ha avuto accesso ad informazioni e lo spazio di dibattito "critico" ha per diversi mesi surclassato quello di agiografia del paese ospitante.

Insomma una specie di "effetto G8", per ricalcare la centralità mediatica che, negli anni delle mobilitazioni no-global, le manifestazioni di massa riuscivano ad ottenere anche rispetto al reale incontro politico in corso, gli abusi sono stati più visibili, e gli argomenti sono arrivati ad una platea più larga di quelli solitamente interessati al tema... Paradossalmente, per l'intero movimento per i diritti civili e per molte ONG, queste olimpiadi sono state una vetrina, di riflesso magari, ma un'efficace vetrina,
Seconda: Sull'artista un tempo chiamato Lhamo Dondrub
Lhamo è quello che molti definirebbero un ragazzo dalla vita difficile. Dichiarato adulto alla tenera età di 16 anni, è dovuto diventare rapidamente responsabile, occupandosi di problemi inizialmente più grandi di lui. Poco più che maggiorenne divenne profugo, dovette abbandonare le sue splendide montagne e darsi alla proverbiale macchia. Con il tempo ha sfruttato alcune occasioni per apparire sulla stampa ed è diventato ospite di moltissimi talk-show.
Non so se ho detto prima che Lhamo è la XIV reincarnazione del bodhisattva della compassione...
Anche oggi il Dalai Lama si è ritagliato il suo "spazio dal palco" per criticare (giustamente) la repressione subita dal suo popolo. Il Dalai è a capo del governo in esilio del Tibet da quando aveva 15 anni, cioè dal 1950, cioè da 58 anni... Non proprio pochissimo, no?Il Tibet, perchè no, un giorno potrebbe avere una autonomia decente dall'Impero Cinese, e la sua cultura plurisecolare sopravviverà, lo spero alla sinizzazione arrembante degli ultimi decenni.
Quel giorno, quando a Lhasa si insedierà un governo autonomo Tibetano, l'occidente si accorgerà che il Tibet è una teocrazia.
Il Maestro-Oceano, ovviamente, è un uomo di spettacolo, ammiccante, scaltro, mediatico, dispensa quella saggezza "in pillole" unita alla freschezza ed alla grande leggiadria politica di uno che, dopotutto, non ha molto da perdere. In questo ha decisamente superato il precedente Pontefice (quello "santo subito") , anche egli molto a suo agio in ambito mediatico.
Nella classifica del Time degli uomini più potenti ed importanti del 2008 il Dalai Lama sfonda tra i leader religiosi escludendo il pontefice cattolico attuale.
Eppure... Ci sono alcune cose che è raro che vengano dette...
Il Buddismo Tibetano, incarnato dal Dalai Lama, ha tenuto il Tibet nell'inverno del MedioEvo fino al 1950. Strano a pensarci, perchè viene venduto come una religione solidale, solare, non vincolante, quasi hippie... Insomma la Shangri-La del mito Hiltoniano.
Non è così però. Il Tibet, per secoli "protettorato cinese", privo di una politica estera autonoma, ma internamente dotato di un proprio sistema di governo (anche se spesso pesantemente influenzato dalla presenza di funzionari imperiali nel suo territorio) conservava tradizioni medievali ed una società rigidamente classista, in cui la nobiltà ed il clero avevano il dominio ed il controllo sulla popolazione produttiva, sottoposta a decime ed in uno stato di servitù "de facto".
Una piccola ammissione sfugge anche ai tibetani su questo, quando in un sito internet in cui il Maestro Oceano è palesemente chiamato "sua santità", si scrive
"Nell'esilio, il Governo tibetano è stato riorganizzato secondo moderni principi democratici"
Basta un po' di analisi del periodo.
Prima dell'esilio, guarda un po', nessuno aveva tanto badato ai moderni principi democratici... Basti pensare che la proposta di costituzione per il Tibet data 1963, quattro anni dopo la fuga in India... A volte le esperienze negative cambiano in meglio. O forse le condizioni storiche modificano le opinioni sulle virtù e le negatività della vita democratica? Insomma... Anche nel ridente mondo dei buddisti la costituzione si concede sempre perchè altrimenti le cose
andrebbero ancora peggio... Dopo l'esilio il Dalai aveva bisogno di coinvolgere i tanti esuli in un progetto comune che passava attraverso una promessa di libertà che non fosse necessariamente ed unicamente connessa alla religione. Ecco spuntare la costituzione e addirittura le prime "elezioni" di un governo Tibetano.Quando queste prime elezioni?
Nel 1990. Dopo che il Dalai era il esilio da 31 anni.
La Democratizzazione, anche in esilio, vuole i suoi tempi.
P.S: Si noti che questi cambiamenti "pro-occidentali" sono segno anch'essi della destrutturazione della cultura Tibetana ancestrale. La modernizzazione introdotta dalla Cina negli ultimi anni, i mezzi di comunicazione, l'enorme ferrovia, stanno ottenendo rapidi risultati, accelerando la sinizzazione da un lato e dall'altro trasformando la cultura tibetana in un immensa attrazione turistica. D'altro lato anche in occidente è in atto una colonizzazione culturale del buddismo tibetano, sempre più "televisivo" e consumista, il cui aspetto meditativo rapidamente diviene solo un orpello pubblicitario.
Terza: Sulle bombe olimpiche di Vlad
Il Maestro Oceano di cui sopra si lamentava della violazione della "pax olimpica" da parte dei Cinesi, mentre in questi giorni abbiamo prova che ormai la tradizione richiamata appartiene solo alla fantasia.
I Georgiani decidono di massacrare civili con il benestare stellestrisce in una provincia ribelle ed i Russi muovono arei e carri armati con rapidità ed efficienza viste poco nell'ultimo ventennio, almeno da quelle parti.Prove generali di guerra fredda in corso?
Probabilmente.
La tregua sembra fragile, ma la crisi è progressivamente diminuita di volume ed oggi è ridotta ad un banale (ed un po' "vintage") scambio di accuse tra USA e Russia.
Lo zio Sam, comunque, ha accusato un bruttissimo colpo.
Ha sostanzialmente abbandonato il neo-alleato Georgiano, rimanendo inebetito dinanzi alle mosse dell'ex armata Rossa, e solo oggi il presidente Bush è riuscito a dichiarare qualcosa di minimamente critico nei confronti di Mosca, ad annunciare la visita a Tblisi del segretario di Stato e a comunicare di aver dato istruzioni al segretario della Difesa, Robert Gates, di impiegare militari in Georgia per fornire assistenza militare. Ed ecco che ritorna la guerra fredda.
(Era scomparsa assieme alla Democrazia Cristiana...Chissà che non sia l'annuncio di un doppio ritorno... )
Un po' meglio l'Unione Europea, con quella volpe di Sarkò pronto a mettersi in prima fila per la foto di gruppo e quell'italiano di Frattini che non si presenta perchè è in vacanza alle Maldive (le ferie di un ministro degli esteri non si fermano certo per una crisi internazionale).
Nei prossimi giorni il braccio di ferro potrebbe proseguire, o fermarsi rapidamente, tuttavia Putin ha stabilito, mentre era piacevolmente ad assistere alle olimpiadi, un paletto chiaro rispetto alle velleità americane di allargamento della propria sfera di influenza.
Dunque la Guerra per l'energia è cominciata? Difficile dirlo, ma se non altro è iniziato il casting per trovare i protagonisti. Ed il buon Vlad si sta già cucendo addosso un ruolo di primo piano.
lunedì 7 luglio 2008
Da Tambroni a Diaz
Era il 1960.
Il 7 di Luglio.
Il governo, in carica da poco, sarebbe passato alla storia come il governo più "destro" della prima repubblica. Con il sostegno esterno dell'MSI, al tempo su posizioni chiaramente fasciste e nostalgiche, il governo Tambroni si presentava come un monocolore democristiano sospinto da pulsioni chiaramente reazionarie.
Il Governo concesse all'alleato Missino di poter svolgere a Genova il proprio raduno nazionale.
Manifestazioni indignate si successero ovunque in Italia. Da Genova il germe della ribellione alla degenerazione della politica germogliò rapidamente.
Erano tempi dove l'antifascismo era radicato e militante.
Undici morti si contarono tra i manifestanti in Italia.
Cinque nella sola Reggio Emilia.

Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia
son morti dei dei compagni per mano dei fascisti.
Di nuovo, come un tempo,sopra l'Italia intera
urla il vento e soffia la bufera.
A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.
Son morti sui vent'anni, per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.
Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti
Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.
Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna
Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:
Scarpe rotte eppur bisogna andare.
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver, d'ora in avanti,
voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli.
Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!
Appendice:

Il processo che seguì quei fatti assolse i protagonisti che, dalla parte delle forze in divisa, avevano ordinato o direttamente perpetrato le morti di quel giorno.
In questi giorni si celebra un processo importante a Genova.
Il Pubblico ministero, riguardo alla irruzione alla Diaz, ai pestaggi e ai barbari trattamenti riservati a giovani spesso minorenni ha dichiarato "è stato un massacro".
Continua il PM: "Ed è stato questo massacro e non certo il reato associativo contestato dalla polizia, ad accomunare le 93 vittime di questo processo, che prima neppure si conoscevano".
Non manca molto alla sentenza, anche se l'attenzione sul caso è flebile, tenue, molto inferiore rispetto ai morbosi casi di sangue tra tardi adolescenti, ai delitti passionali, agli infanticidi montani. Ma in Italia il quarto potere è questo.
Ogni tanto, comunque, è bello pensare che forse certe storie possono non ripetersi
domenica 29 giugno 2008
Il cruento ballo di san Vito
Nel campo dei merli l'imponente esercito del sultano Murad stava trionfando. La battaglia era quasi conclusa, l'esercito di Re Lazar era in rotta, lui morto o prigioniero, ed ovunque i cadaveri dei nobili cavalieri cristiani erano testimoni immobili della vittoria degli Osmani. Murad camminava tra i corpi morenti e moribondi, tra coloro che mormoravano le ultime parole prima che il sangue ribollisse nei loro corpi feriti e disidratati per il torrido caldo di fine giugno. I pochi superstiti si arrendevano alla magnanimità del sovrano. La vittoria dovette sembrargli, in quegli istanti, totale.
Fino a che la corta lama estratta da un nobile Serbo, non pose fine alla gloriosa vita del Sultano Murad I.

Quel nobile serbo, non si sa di preciso se si fosse finto morto tra i cadaveri o traditore tra gli sconfitti, è per eccellenza l'eroe della mitologia medievale serba.

Miloš Obilić era un serbo, anzi, oggi si direbbe un montenegrino, giusto per comprendere la particolare difficoltà nel definire chiaramente i concetti nazionali balcanici; Milos è il leggendario cavaliere che uccise il sultano con l'inganno per essere dopo "fatto a pezzi" dai nemici Turchi, l'uomo che è l'altra faccia dell'eroismo medievale Serbo: da un lato il santo Re Lazar, catturato ed ucciso dopo aver consumato le proprie forze nello scontro con un superiore nemico, dall'altro Milos, l'eroe mitologico, figlio di una fata e di un mezzodemone, dotato di una straordinaria cavalcatura, di forza, coraggio ed ingegno, e legato al sovrano da un assoluto vincolo di fedeltà e di parentela.
Il 28 giugno del 1389 il regno di Serbia finiva la sua esistenza politicamente autonoma, ma quella sconfitta conclusa da un attentato riuscito rimane tuttora il riferimento culturale per eccellenza della nazione serba (e della chiesa Serbo-Ortodossa).
Il 28 giugno del 1914, più di mezzo millennio dopo, l'ultimo imperatore sedeva sul trono di Vienna e l'ultimo sultano ad Istambul.
"Chi ucciderà Franz Ferdinand sarà il nuovo Miloš Obilić"
Questa la frase che la Mano Nera e la Giovane Bosnia facevano circolare in tutta Belgrado. La nazione Serba che voleva portare sotto la sua sovranità la Bosnia e Sarajevo non poteva che considerare quella dell'Imperatore d'Austria una nuova invasione dei Balcani, intollerabile come la precedente.
Quel giorno, sotto il bel sole di Sarajevo, almeno sei congiurati si muovevano lungo il tratto di strada percorso dall'arciduca Francesco Ferdinando. Uno di loro, lanciando una granata fallì l'attentato, e solo per una serie di casualità Gavrilo Princip, un ragazzotto per nulla aitante, con profonde occhiaie, diciannove anni ed una pistola browning in tasca si trovò dinanzi l'auto del principe che inseriva la retromarcia. Grattando.Due colpi. Uccisero la Bella Epoque.
Per capire la Serbia di oggi, bisogna ricordare che a Sarajevo, fino ad un decennio fa, era in piedi un monumento a Princip, dove spesso Bernardo Valli racconta vi fossero delle rose fresche nei giorni attorno al 28 di Giugno.
Nel 1989, a VI secoli di distanza dalla battaglia contro i turchi un ancora aitante Milosevic pronunciò in Kosovo Polije un famoso discorso sul ruolo della Serbia come salvatrice dell'Europa.
Oggi?
Nel Vidovdan, il giorno di san Vito, cioè il solito 28 Giugno, cioè ieri, i Serbi Kosovari hanno insediato a Mitrovica, città per eccellenza divisa tra etnia Serba e Albanese, il proprio Parlamento. 53 Membri, di un organismo che vuole essere la rappresentanza della repubblica Serba nella
Regione autonoma del Kosovo.E l'indipendenza della Maggioranza Albanese-Musulmana del Kosovo?
E le decisioni dell'ONU?
Ancora una volta i campi del Kosovo tornano al centro della pace in Europa. E con essi la questione irrisolta del rapporto tra la nazione Serba (cristiano ortodossa) e la penisola balcanica.
Se è vero infatti che questo organismo appare come illegittimo (almeno secondo i 47 Paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo) è vero che non si può che considerarlo il segno di una irrequietezza profonda, radicata, diffusa nel mondo Serbo, che merita di non essere archiviata solo con poche battute.
Una cosa è certa, nella violenta storia dei Balcani, sempre più legata a questioni etniche lontane nel tempo, sempre più scadenzata da paci fragili e militarizzate, ci sono ancora giorni di San Vito che possono fare la differenza tra la pace e la guerra.
Le pedine sono già posizionate, serve solo un nuovo atto incendiario.
Ignorare la polveriera o pensare che sia disinnescata con una semplice proclamazione di indipendenza non eviterà all'Europa e ai Balcani una nuova stagione di conflitti.
San Vito.
Il patrono dei Ballerini,
degli Epilettici
e anche dei Sordi.
venerdì 20 giugno 2008
Campi da Tennis d'Epoca
I 600 delegati si riunirono nella sala della pallacorda per prestare giuramento.
La monarchia stava declinando, tutti i deputati, eccetto uno sottoscrissero...

"L'Assemblée Nationale... arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l'instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l'exigeront, jusqu'à ce que la constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d'eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable."
sabato 7 giugno 2008
Parole a sProposito
Alcuni pensieri sono (quasi) universali, altri invece lo possono sembrare, ma in realtà sono ben radicati dentro il loro contesto, cosicchè svellerli significa privarli della ragione intrinseca alla prima espressione di quelle parole.
Questa è una grande distinzione in ambito religioso, tra la Lettera delle scritture e l'Interpretazione delle stesse, che fa sì che i vari cultori della ortodossia legata alla parola si possano consumare in citazioni bibliche per giustificare prassi e regole che appaiono inattuali quando non inattuabili, scambiando talvolta la metafora della parola per sostanza di regola.

Questo peccato ha attraversato anche la sinistra atea, che in alcuni tempi e situazioni si è piegata a eccessi dogmatici (quasi comici) secondo forse quella che Steiner definisce la nostalgia dell'assoluto. Ma questa è un'altra storia, che magari ci racconteremo in futuro.
Oggi invece mi permetto di fare qualche abuso di citazione.
L' 8 giugno del 793, fu una giornata davvero importante per la Britannia e l'Europa.Lindisfarne è un'isoletta, detta "la santa" che ospitava, in quel tempo, il più importante monastero del nord della Britannia.
I monaci si sentivano sicuri nel loro nucleo primigenio, certi dello scudo della fede (o del timor di Dio) e della ruvidezza di costumi che gli evangelizzatori hanno sempre avuto.
Eppure verso mezzodì stava per iniziare lo "scontro di civiltà"...

Un numero imprecisato, ma noi ne immaginiamo non moltissime, di Drakkar, sorta di unità navali dal piccolo pescaggio, con la potenzialità dei barconi da sbarco dei film bellici, cariche di figuri imponenti, nuovi barbari che dopo i germani si riversavano sanguinari sulle rive della civiltà cristiana. Vichinghi.
Quel giorno ci fu una scorribanda, ed una strage di monaci e laici.
L'età Vichinga cominciava e sarebbe durata fino a tutto il 1066.
Per due secoli, chiunque nelle zone costiere d'europa, avrebbe dovuto tenere conto di questi uomini rozzi e barbari, ma progrediti militarmente. Il nord del mondo straccione ma riottoso, si affacciava prepotente alla finestre di legno cesellato della "storia conosciuta".
Oggi non ci importa vedere come questi uomini alti e barbuti, barbari nel senso più classico del termine, avrebbero cambiato l'europa trovando anche alleati nei popoli celti, piuttosto mandiamo uno sguardo alle reazioni di chi era rimasto, per così dire, offeso.
In quei giorni concitati il panico per la strage aggrovigliò le budella degli eruditi (che poi erano spesso monaci a loro volta) di tutto il mondo (cristianamente inteso)...
Nel dilagare dei commenti, un monaco tedesco, scrivendo le cronache sullo scuotimento morale che l'episodio aveva creato in tutta l'europa, riportò le parole che il profeta Geremia aveva usato, nel VI secolo a.C. per descrivere il pericolo che correva Gerusalemme, subito prima della grande deportazione.
Le parole erano completamente fuori contesto... Ma rendevano l'idea della ansiosa preoccupazione che serpeggiava nel vecchio mondo...
Oggi a 1215 anni di distanza anche io utilizzo, ovviamente a sproposito, le stesse parole.

Il Signore mi disse: "Dal Settentrione si rovescerà la sventura su tutti gli abitanti del paese."
martedì 3 giugno 2008
La Patria, la Repubblica e la Tirannide








