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mercoledì 18 marzo 2009

Anosognosia Sinistra

(ovvero Parole a sProposito II)


I pazienti che hanno subito accidenti vascolari importanti a carico della corteccia parietale destra possono perdere non solo la percezione e l'uso del proprio lato sinistro, ma la conoscenza stessa di esso, di tutto ciò che si trova alla propria sinistra, ed in effetti, dell' Idea stessa di Sinistra.
[Oliver Sacks - neurologo]



Strano... Deve essere una sindrome rara ovunque ma non in Italia...

sabato 24 gennaio 2009

Errori di cui non ti accorgi

Mi è sempre capitato, quando correggevo dei testi, di farlo diverse volte, ed a ogni rilettura scoprire qualche nuova imperfezione che la volta precedente era passata, per così dire, inosservata. Piccole cose, nulla di eclatante, ma per coglierle mi era necessaria concentrazione su ogni parola...




Un ricercatore, Graham Rawlinson, ha davvero sostenuto in una lettera spedita al New Scientist questa posizione, esplicitata dalla divertente figura qui sopra (potete leggere la lettera qui)

Il messaggio, come spesso accade in questi casi, dice una mezza verità ed alcune grossolane menzogne... Nello specifico è evidente che sostenere che il nostro cervello ignori l'ordine e la disposizione delle lettere centrali è palesemente falso, altrimenti sarebbe, solo per fare un esempio, impossibile distinguere tra pARto e pRAto.

Invece è assolutamente vero che siamo in grado di dedurre le parole dagli indizi, dal contesto, da tutta una serie di elementi che non sono semplicemente l'ortografia della parola scritta, meccanismo che ci permette di "tradurre" una calligrafia poco comprensibile e che ci rende così complicato accorgerci di alcuni errori e refusi. Il cervello lavora in parallelo, i buchi informativi vengono riempiti, la comprensione quindi avviene con un meccanismo di istantanea correzione "passo passo" degli errori. Se non avessimo meccanismi come questi, se ogni refuso inceppasse la nostra lettura e se ogni disgrafia fosse un ostacolo alla comprensione, la comunicazione scritta sarebbe gravemente compromessa.


Qiudni la prsosmia votla ridorcaimoci che un poiclco erorre non cmabia la sotsanza...

venerdì 19 settembre 2008

Le nuove droghe


La Smith & Jones Addiction Consultants si trova in Olanda, ad Wassenar, in un grazioso edificio di mattoni rossi, immerso nel verde di un ampio giardino alberato, con un pavimento in lucide assicelle di legno e sedie multicolori. Si tratta di una di quelle cliniche costose, dove si va a risolvere i propri problemi nel rapporto con sostanze d'abuso... Alcool, droghe, cibo... E Videogames.

Sì, perchè questo è uno dei primi centri dove si cura il videogaming compulsivo.
Più di 40 ore settimanali passate nel mondo del videogioco: i giovani adolescenti che diventano "dipendenti" da alcuni giochi on line ne fanno un vero e proprio lavoro fisso da 8 e più ore giornaliere, senza nemmeno la tregua del fine settimana.
La rivoluzione, in un mondo, quello del videogaming, dominato dalle affannose ricerche sulla connessione tra i cosiddetti sparatutto e i ragazzi americani che fanno stragi nei licei (chissà perchè ho sempre pensato che il videogame sia meno rilevante come fattore causale rispetto al poter avere un uzi in qualsiasi momento per le mani), è venuta con il gioco on-line.
Improvvisamente tutte le problematiche connesse alle dipendenze da chat, da MUD, da internet, si sono pesantemente riconnesse al mondo ludico.

Sono i MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game), un vero mondo virtuale in cui ricreare la propria indentità attraverso il proprio "avatar" che vive, opera, e fa "carriera" nel nuovo mondo, secondo le sue regole.
Inutile dire, come nella maggiorparte dei mondi "web 2.0" che c'è chi ci guadagna un sacco di soldi (le case produttrici del videogame, gestori dei mondi virtuali), chi è integrato nel sistema e ne ottiene un servizio (le centinaia di migliaia di giocatori che, sembra, si divertono) e chi ne viene letteralmente risucchiato.

Non solo statunitensi e tigri asiatiche quindi, anche nel cuore della vecchia europa gli adolescenti (adolescenti maschi di solito, le femmine sembrano protette, probabilmente perchè il genere di questi videogames ha un tono proto-bellico medieval-fantastico meno attraente per il gentil sesso) cominciano a soffrire della proiezione progressiva del proprio io nel web.

Anche un anime giapponese, Serial Experiment Lain, di qualche anno fa, ci mostra alcuni elementi metaforici della dipendenza da web: il suicidio misterioso di una ragazza da cui si ricevono ancora delle mail, l'esistenza di una "controparte" nel web della protagonista, molto più spigliata di lei, la voglia di far collimare e fondere due mondi, quello reale e quello onirico-virtuale, destinati a rimanere invariabilmente distanti.

Inutile dire che dal cartone animato ne hanno anche fatto un videogame...


Ogni mondo, ogni società ha la sua droga. Forse non pensavamo potesse essercene davvero una specifica per la società della comunicazione.

martedì 17 giugno 2008

La Morte a Levante



Quella Giapponese è decisamente una terra particolare, e il popolo che vi abita è carico di fortissime ambivalenze.
Ha una continuità statuale soprendente, basti pensare che la dinastia attuale, quella del "blasone del crisantemo", è risalente, secondo gli annali del Giappone, al VII secolo a.C.
L'imperatore attuale è il 125° discendente del primo imperatore, Jimmu, a sua volta discendente della kami (dea) Amateratsu, simboleggiante il disco solare.
La continuità della simbologia imperiale è talmente tenace che il Giappone è stato l'unico, tra gli stati sconfitti nella IIGM, a non aver perso il proprio simbolo statuale. Nè il regno d'Italia, nè il reich Tedesco sono ancora esistenti. L'Impero Giapponese sì, e l'imperatore del tempo, Showa, ha continuato a regnare fino alla sua morte, nel 1989, ed il 29 Aprile si festeggia, ancora oggi, il suo compleanno come festa nazionale (lo Showa no hi).
Certo, nel 1946 il Tenno (sovrano celeste) ha pubblicamente (dovuto) sconfessare la propria natura divina, ed abrogare lo shinto di stato, ma la sua simbologia permane forte.

Eppure, nonostante le storiche chiusure, le tradizioni ossificate, il Giappone è lo stato orientale più rapidamente ed efficacemente occidentalizzatosi.
In giappone si utilizza un sillabario, vero e proprio (il katakana) di natura fonetica per trascrivere le parole occidentali, le quali arrivano a rappresentare più del 10% del vocabolario di uso corrente nipponico.
I Giapponesi si sono rapidamente occidentalizzati nei costumi, nei modelli culturali (libri, metodi di conto) hanno importato, abilmente modificando e divenendone maestri alcuni stilemi della comunicazione novecentesca, dal fumetto (Il manga, pur cronologicamente posteriore al comic americano ha assunto nella terra Nipponica una essenza culturale inedita in occidente) alle forme di comunicazione di massa, l'informatica, la musica, l'arte d'avanguardia.

Giappone è diventato simbolo di modernità, il che in un paese incredibilmente legato al tradizionalismo (si pensi che nello shinto gli avi di una determinata famiglia rientrano nei Kami) può essere un fattore stressogeno non indifferente, e coniugare questa modernità al tradizionalismo nei costumi, nei rapporti familiari e sociali è stata una sfida non perduta ma nemmeno vinta dalla società giapponese.
Il cinema di Ozu, maestro degli anni '50, mostra il contrasto tra la modernità e la tradizione che lacera la solida struttura familiare e nazionale giapponese; i lavori e soprattuto la drammatica uscita di scena di Mishima, nel 1970, con un seppuku rituale dopo una orazione contro la costituzione del '47 e per un ritorno al nazionalismo; sono solo due esempi.

Il suicidio dunque come drammatica risposta alla crisi di una società solidamente tradizionalista? La tanto praticata modernità nipponica è allora solo una facciata dietro la quale macera una confusione valoriale pronta a divorare la psiche del giapponese medio?

Il Giappone ha un numero di quasi 30 mila suicidi l'anno su 120 milioni di abitanti, il che equivale ad un tasso (2o suicidi su 100mila abitanti) doppio rispetto a quello statunitense, pari a quasi quattro volte quello italiano, al terzo posto tra i paesi OCSE dopo Corea del Sud ed Ungheria.
Eppure la massa di morti autoinflitte del paese del sol levante non è così fieramente discepola dell'atto di Mishima.



La maggiorparte delle morti per suicidio sono amplificazioni di problemi esistenti in qualsiasi società occidentale, iperbolizzate dalla presenza di un nucleo storico valoriale e esistenziale tipicamente nipponico.

I giapponesi hanno un termine "karoushi"per indicare la cosiddetta "morte da superlavoro". L'etica del lavoro giapponese (terra che non ha mai avuto Marx) contempla lavoro straordinario massacrante e spesso non retribuito che prosegue sistematicamente fino a tarda notte, ogni giorno, con un sistema spossante e distruttivo che finisce per spingere alcuni individui al suicidio. Fin dagli anni '80 esistono pene per le aziende colpevoli di trattamenti che spingano al suicidio da superlavoro i propri dipendenti.
Le ore di lavoro, in Giappone, sono circa 2000 annue, mentre per i lavoratori francesi poco più di 1500. Alla fine degli anni '90 le ferie giapponesi ammontavano a 9,4 giorni, quelle francesi 25 giorni.

Durante la crisi economica della fine degli anni '90 il tasso suicidario tornò ad aumentare, dopo una lieve flessione precedente. Padri di famiglia di 50 o 60 anni, appena licenziati, vivevano per un periodo una vita da "fantasmi", fingendo di continuare a lavorare, fino a suicidarsi, permettendo alle famiglie di incassare il premio dell'assicurazione sulla vita, che paga anche in caso di suicidio.

Il suicidio non è, infatti, distonico rispetto all'etica nipponica. Tutt'altro.
Circa il 20% della popolazione ha seriamente pensato al suicidio nel corso della propria vita, comprendendo ogni fascia socio-culturale. Il suicidio è tradizionalmente tollerato a livello culturale, e trova riferimenti importanti storico-mitologici (i 47 Ronin di Ako che compiono seppuku dopo aver vendicato il proprio padrone).
Il suicidio è dunque l'onorevole sacrificio del giusto dinanzi a superiori avversità, ma anche l'uscita onorevole dall'onta o dalla vergogna.
Quando Kobe, nella prefettura di Hyogo, venne colpita da un terremoto a metà degli anni novanta, diversi dirigenti di varie società si uccisero a catena per gli errori nella gestione dell'emergenza; compreso il vicesindaco che si diede fuoco un anno dopo.

E nel paese delle innovazioni tecnologiche, non poteva mancare anche il suicidio sul web. Il Giappone è stato apripista anche del fiorire dei blog, dei siti, dei mercati virtuali per aspiranti suicidi, dove scegliere luogo e modalità per il proprio trapasso ed addirittura organizzarsi per effettuarlo contemporaneamente.

Leggere l'alto numero di suicidi nella terra del sol levante solo come una risposta di disorientamento collettivo alla modernizzazione è dunque non risolutivo. Un prezzo alla modernizzazione, in termini di crisi dei sistemi di protezione sociale, è sicuramente stato pagato, tuttavia fattori tipicamente nipponici, legati all'onore, al suicidio come elemento non negativo, all'etica del lavoro, pesano nel determinare un fenomeno duraturo negli ultimi decenni e legato ben più alle condizioni di vita materiale, al disagio economico, sociale e emotivo, che ad un rifiuto diffuso e radicato della modernità che, con buona pace di Mishima, sembra non essere più il principale problema della società giapponese contemporanea.